Note 13 — IV.
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Morto nell’anno 1447 il duca Filippo Maria Visconti, la famiglia sovrana di questo nome si spense, e la città di Milano si trovò divisa in vari partiti. Vi era chi voleva darsi al Re di Napoli, che Filippo Maria aveva dichiarato nel suo testamento successore al ducato; chi allo Sforza, perchè era marito di Bianca Maria (figlia naturale del duca), e perchè questo guerriero poteva liberare la città dal nemico con lo strano suo indomabile valore; ed altri partiti tendevano invece a proclamare loro signore il Duca di Savoja, fratello della vedova Duchessa, amata e venerata da tutti per le sue virtù. Ma i partigiani del re Alfonso in sulle prime emersero sugli allri, a cagione che alcune squadre di Aragonesi state spedite in ajuto del Duca sotto il comando di Raimondo Boysì, entrarono nel castello e nella rocchetta, ed i capitani ducali Guido Antonio Manfredi da Faenza, Carlo Gonzaga, Lodovico dal Verme, Guido Torelli ed i fratelli Sanseverino, giurarono concordemente ad Alfonso devozione e fedeltà. Compiutisi frattanto i tumultuosi funerali del duca Filippo Maria, gli affari politici presero un ben diverso aspetto. Antonio Trivulzio, Teodoro Bosso, Giorgio Lampugnano e Francesco Cotta, personaggi tutti che avevano molta autorità nella patria, conosciuto il vero stato delle cose rivolsero ogni cura al debito provvedimento e convocati tosto i cittadini delle sei porte e dei quartieri della città, li persuasero a non sottomettersi ad alcuno, poichè uomo non v’era che arrogar si potesse su di loro validi diritti. Elessero quindi per ciascheduna porta quattro deputati, col cui voto formarono un supremo consiglio ed un governo repubblicano. I deputati che ascendevano al numero di ventiquattro, dovevano esser rinnovati ogni due mesi, ad esempio della repubblica di Firenze, e denominarsi capitani e difensori della libertà. In appresso i Milanesi sentirono il bisogno dell’elezione di un capitano generale, che con valore positivo in prima, e poi colla fama di fatti celebri incutesse spavento ai vicini nemici, e precipuamente ai Veneziani, che più degli altri li tormentavano. La scelta non poteva cadere che sopra il conte Francesco Sforza, uomo nel quale concorrevano tutte le qualità e prerogative personali per richiamare sovra di sè lo sguardo di una potenza qual’era lo Stato di Milano. Oltre che Francesco era in grido del miglior capitano del suo secolo, era capo di un esercito, le cui bandiere venivano ognor salutate dalla vittoria.