← Table of contents
Collezione dell'opere del Cavaliere Conte Alessandro Volta - Tomo I, Parte I

Note 38 — LETTERE SULL'ELETTROFORO PERPETUO

Reading edition

Il P. Beccaria nella grande sua Opera dell'Elettricismo Artificiale 1772 n. 953 propone le seguenti questioni. «I. Quando stropiccio un nastro sopra di un piano, e dopo lo stropicciamento gli resta aderente, ritiene egli in tale stato l'Elettricità sua, ovvero la smarrisce in esso, e non ritiene che la disposizione di ripigliarla quando ne è disgiunto? II. Quando il nastro bianco, o nero per l'attuale elettricità contraria, cui hanno, volano ad unirsi l'uno, all'altro, o quando uno di essi vola ad unirsi alla tavola, al muro ec., ritengono essi in tale stato di adesione le attuali loro elettricità, ovvero vogliamo dire, che le smarriscano, e che non ritengano che la disposizione di riacquistarle nell'attuale disgiungimento?» Prosiegue n. 954. «Pare, che siasi opinato, che gl'isolanti elettrizzati condotti al detto stato di adesione ritengano le attuali loro elettricità; e ognuno ha dovuto tanto più facilmente condiscendere a tale opinione, quantochè la particolare adesione non insorge tra un corpo isolante, e un altro isolante, o tra un corpo isolante, e uno deferente, se non in quanto gl'isolanti sono attualmente elettrizzati; sicchè l'adesione particolare permanente pare un indicio della permanente elettricità. Oltrechè la elettricità, che si osserva di nuovo dopo il disgiungimento, pare, se non si facciano altre considerazioni, che ne addimandi la permanenza nello stato di adesione.»

Queste infatti sono le ragioni ch'io avea esposte, e incalzate nella già nominata dissertazione De vi attractiva ignis electrici, per sostenere la permanenza d'una dose di elettricità ne' coibenti nello stato di adesione, e conseguentemente nelle lastre dopo la scarica: alle quali ragioni aggiugneva pur quella della difficoltà, e lentezza di moto, con cui, sebbene sbilanciato entra o esce il fluido elettrico ne' detti corpi coibenti, per condursi al naturale equilibrio; a cui perciò non può giugnere, che dopo lungo tratto di tempo. Il P. Beccaria non ha creduto per tante ragioni addotte dover recedere dall'opinione sua, ma contrapponendone altre a suo giudizio di maggior peso, che vien esponendo dal n. 955 al 960, ha conchiuso novellamente: «I. Che gl'isolanti elettrizzati nel passare allo stato di adesione smarriscono l'attuale loro elettricità. II. E che nell'atto del disgiungimento la ripigliano». Ora studiandomi io di ribattere queste sue ragioni, mi fermai singolarmente intorno alla prima, la risoluzion della quale credetti bastar potesse a decider la questione. Ecco come da lui si propone. «Primamente io osservo che nell'atto che al bujo disgiungo un nastro da un tavolino, sopra cui l'ho stropicciato, nè successivi luoghi del progressivo disgiungimento appare un solco di luce, in conseguenza del quale ogni parte ultimamente disgiunta dà già i convenienti segni di elettricità a differenza della parte, che resta ancora aderente, la quale, fintantochè resta aderente, non dà niunissimo segno. E però il detto solco, cui ho osservato anche ne' successivi disgiungimenti, a me vale di prova significantissima della elettricità, che il nastro dopo lo stropicciamento aveva dismessa nel deferente piano, e che nell'atto dello stropicciamento (deve dir disgiungimento) sta ripigliando» Egli opina adunque (facciam il caso più determinato, ed esperimentiamo sopra un quadro di vetro; giacchè conviene egli nello stabilire n. 964. «Che la legge della elettricità vindice nelle lamine isolanti compatte, v. g. nelle lastre di cristallo generalmente è la stessa, che la legge della elettricità vindice ne' corpi isolanti rari, v. g. ne' nastri») che quando la faccia del vetro è elettrica in più, e le si applica la sua veste, ossia una sottil lamina metallica, vi deponga realmente tutta la sua elettricità, cioè il fuoco ridondante, che poi venga a ripigliare dalla veste medesima nell'atto del disgiungimento; in conseguenza, che i tratti di luce, che ne spuntano seguano lo scorrimento del fluido elettrico dalla detta veste alla faccia del vetro snudata. Non poteva egli altrimenti conchiudere ne' suoi principj: io conchiuder doveva l'opposito ne' miei. Stabilendo io, che la faccia isolante del vetro sebben applicata alla lamina metallica non deponga già tutto il fuoco ridondante, ma ne ritenga buona parte; che perciò miri a scacciare altrettanto di nativo dalla stessa lamina, onde ottenere, in luogo del vero, ed assoluto equilibrio (che non le si dà per l'impedito moto del fluido incappato dirò così nelle parti del vetro medesimo) un supplemento a questo, o, come amerei chiamarlo, un equilibrio di compenso; che indi nasca l'adesione della veste colla faccia del vetro, l'azione tutta rivolta indentro, e la niuna apparenza de' segni al di fuori ec.; che in una parola, divenga la veste elettrica per difetto, mentre la faccia del vetro persevera ad esserlo per eccesso, standosi unite: stabilendo, dico, tali principj ne veniva in seguito, che la luce, che appare per lo snudamento, debba essere luce del fluido che scorre dal vetro elettrico in più alla lamina elettrica in meno. In mio senso adunque que' discorrimenti di luce non dinotano l'elettricità, che estinta già, venga di bel nuovo ad indursi; ma sibbene la permanente, ed attuale nella faccia del vetro con la contraria nella veste, che scappa in parte, e si dissipa.

Fra queste contrarietà il fatto semplicemente dovea decidere; e ben mi parve, che il solo contemplar attentamente la forma, che veston que' tratti di luce bastar potesse a por la cosa in chiaro. Osservai difatto, che caricata una lastra di vetro, e scaricatala, nell'atto indi di alzar con fili di seta la laminetta metallica, che vestiva la faccia ridondante, i piccoli getti di luce non avevan più la figura di fiocchi spandentisi dalla lamina al vetro (come esser dovrebbono nella supposizione del P. Beccaria), ma quella anzi di luce affluente alla stessa veste, con apparire più che altrove distintissime le stellette agli orli, e sugli angoli di essa. Il contrario accadeva snudando l'altra faccia deficiente del vetro; la foglietta metallica divenuta nella scarica, secondo i miei principj, elettrica in più tostochè alzavasi spandeva d'attorno bellissimi fiocchi. Fui dunque sicuro non per conseguenza solo de' meditati principj, ma per dirette osservazioni, e prove di fatto, che la faccia della lastra all'atto dello snudamento non ripigliava il suo primo fuoco ridondante a spese dirò così della veste, che anzi questa ne tirava a se per rifarsi d'un già sofferto spogliamento (il contrario s'intende nello snudamento della faccia difettiva): che dunque la luce trallo disgiungimento mirava non già ad indurre elettricità in ambedue, bensì a dissipar la esistente, segnatamente quella della veste. Allora conchiusi, che ove trovassi mezzo di sofocare, od impedire in molta parte questa luce, che vuol dire un cotal disperdimento di elettricità, ottenuta l'avrei più vigorosa nella veste separata, e di tanto appunto più vigorosa, quanto a minor effusione di luce fosse lasciato luogo. Il mezzo mi suggerì ben tosto, come era ovvio: si trattava di scansar ogni angolo nell'armatura, essendo dagli angoli, e dalle punte singolarmente, che scappa l'elettricità: tanto ho io praticato, surrogando alle sottili lamine metalliche per armatura quella foggia di scudo convenientemente grosso ben ritondato, e forbito.

Or l'evento respondendo per intiero all'aspettazione, nuovamente, e invincibilmente confermò l'opinion mia: che l'atto dello snudamento non va inducendo elettricità, piuttosto ne eccita a dissiparsi; che in conseguenza quella, che mostrano respettivamente contraria la faccia isolante, e l'armatura separate, l'aveano già prima stando unite; che finalmente nell'isolante è parte della stessa, e propria sua elettricità, di quella cioè, che regnava prima della scarica (onde pare, che converrebbe di chiamarla col termine piano di permanente, anzichè con quello più specioso che proprio di vindice); nell'armatura si è l'elettricità contraria indotta mercè del toccamento, o scarica, per l'azione appunto di quella permanente intesa a portare tal fatta di equilibrio, che son venuto a distinguer col nome di equilibrio per compenso. Ma non è quì luogo di stendermi intorno a questo fecondissimo principio, che abbraccia quello delle atmosfere elettriche, anzi è lo stesso in fondo, e che verrò ampiamente svolgendo, e confermando nella memoria già da qualche tempo promessa.

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings