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Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2, Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2

Note 10 — LE PRIME ACCOGLIENZE

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A Mario Pieri sapeva un po' duro che «il dottissimo e classico Niccolini siasi degnato di accostarsi ai Romantici; e tanto più che in quel tempo appunto correvano alcune sentenze del signor Capo-Romantico Manzoni, le quali facevano stomacare gli uomini di buon senno e sogghignare gli stolti giovinastri della sua scuola. Allorchè uscì, per esempio, quel bellissimo sermone del Monti in difesa della Mitologia, e contra coloro i quali volevano proscriverla, il signor Manzoni andava dicendo esser quello il ventottesimo bullettino del Classicismo, accennando al ventottesimo e ultimo di Napoleone; e quando uscì il poema del Grossi, I Lombardi alla prima Crociata, il medesimo Manzoni recitava per lo senno a mente gl'interi canti di quel poema, e i fanatici Romantici, suoi seguaci, andavano esclamando: Povero Tasso! Povero Tasso! O povero Tasso! Ora nessuno ignora di qual ridicolo andarono ricoperte dalla giusta Italia quelle stolte sentenze». Il Pieri vide per la prima volta «il corifèo del Romanticismo in Italia» (così chiama il Manzoni) in casa Vieusseux e poi lo frequentò «alla locanda delle Quattro nazioni Lungarno, dove albergava con tutta la sua famiglia, cioè madre, moglie e sei figliuoli, per quei tre o quattro mesi ch'ei si trattenne in Firenze» nel 1827. «La sua fisonomia palesa a chi l'osserva» (son sue parole) «animo gentile ed alto ingegno. In Milano io non l'avea cercato mai, per non rompere la vita solitaria ch'egli amava di condurre in mezzo alla sua famiglia; la quale, secondo allora si diceva, offeriva il modello delle ottime famiglie. Egli è agiato di beni di fortuna, ma non gode salute nè egli, nè la sua donna. È uomo religioso (dicono) e galantuomo. Peccato che sia invaso dalla romanticomania! Ma egli forse direbbe di me: peccato ch'egli sia invaso dalla classicomania!... Ma dopo averlo frequentato, mi vennero udite in bocca sua tante e sì strane sentenze da trasecolare; nè io so tenere per uomo modesto, e forse neppur vero religioso, chi si vuoi creare capo-setta, e tratta con gran disprezzo i più grandi uomini dell'Italiana letteratura, e sopra tutto il grandissimo e infelicissimo Torquato Tasso. Indi a dieci anni mi venne per caso in mano una sua scrittura inedita, che mi fece variare il mio primo sentimento e raffermare nel secondo, siccome quella che me lo rappresentava un fanatico, il quale per poco non si recherebbe a distruggere, come papa Gregorio, tutt'i libri classici. Essa è in forma di lettera, con questo titolo: Sopra i diversi sistemi di Poesia, lettera di Alessandro Manzoni, in risposta a rispettabile amico di Torino (ch'è il fanatico vecchio Azeglio), 1823. Nè alcuno immaginarsi saprebbe le assurdità che quello scritto contiene. Il Romanticismo, egli dice, si propone il vero, l'utile, il buono, il ragionevole. E giacchè egli non fa che asserire senza provare, e propone un Romanticismo tutto suo, e non qual si vede nella pratica degli scrittori romantici; io risponderò francamente del no; ed avrò, ciò che a lui manca, per miei argomenti il fatto reale; e dirò all'incontro, che il Romanticismo si propone il falso, lo strano, il disordine, la deformità del vizio, lo scandaloso, il delitto, l'assurdo. Vedi tutte le opere de' Romantici in ogni genere di letteratura, ed anche nelle belle arti: vedi la grande opera drammatica, il Dottor Fausto, del vostro principe Goethe, per cui vi sentite struggere d'ammirazione, anzi che voi adorate qual nume. E quali sono i protagonisti e gli eroi de' signori Romantici? I carnefici, i ladri, gli scellerati d'ogni maniera, o contadini, o buffoni, e simili personaggi: e le scene che ci presentano son tutte degne di loro, e ci tocca veder su i teatri i patiboli e le torture, ed ogni sorta di sacrilegi. Ecco la tendenza religiosa, e il bel vero, e l'utile, e il buono, e il ragionevole del Romanticismo, come pretende il signor Manzoni». Cfr. Della vita di Mario Pieri, corcirese, scritta da lui medesimo, libri sei, Firenze, coi tipi di Felice Le Monnier, 1850; vol II, pp. 63 e 67-69.

Anche a pp. 369-370 del tom. IV delle Opere, Firenze, Le Monnier, 1851, scaglia le sue folgori contro il Manzoni, e trova il Conte di Carmagnola «tragedia senza capo nè coda, e senza quasi nessuno di que' pregi che rendono bella, e di assai malagevole composizione, una tragedia». Riconosce però che «vi ha di be' versi, di belli e profondi concetti, qualche bella parlata; ma nè un atto, nè un'intera scena che corrano bene». Nè lo risparmia nel dialogo: La letteratura classica e la romantica, che si legge a pp. 101-178 del tom. III delle Opere stesse.

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