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Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 2, Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2

Note 131 — XX.

Reading edition

Il Manzoni soppresse questo dialogo, con il quale termina il capitolo III del tomo IV della prima minuta; ma, nel capitolo XXXVII del testo definitivo, raccontando come morì don Ferrante, non mancò di esporre quello che esso pensava intorno la peste. Ecco le parole del Manzoni: «Di donna Prassede, quando si dice ch'era morta, è detto tutto; ma intorno a don Ferrante, trattandosi ch'era stato dotto, l'anonimo ha creduto d'estendersi un po' più; e noi, a nostro rischio, trascriveremo a un di presso quello che ne lasciò scritto.

«Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de' più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all'ultimo, quell'opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione.

«In rerum natura, diceva, non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser nè l'uno nè l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicchè è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perchè, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perchè bagnerebbe, e verrebbe asciugata da' venti. Non è ignea; perchè brucerebbe. Non è terrea; perchè sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perchè a ogni modo dovrebbe esser sensibile all'occhio o al tatto; e questo contagio, chi l'ha veduto? chi l'ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; che questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro. Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, danno in Cariddi; perchè, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, di esantemi, d'antraci...?

«Tutte corbellerie, scappò fuori una volta un tale.

«No, no, riprese don Ferrante: non dico questo: la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili, che hanno il loro significato bell'e buono; ma dico che non han che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano.

«Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva che dare addosso all'opinion del contagio, trovava per tutto orecchi attenti e ben disposti: perchè non si può spiegare quanto sia grande l'autorità d'un dotto di professione, allorchè vuoi dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva a distinguere, e a voler dimostrare che l'errore di que' medici non consisteva già nell'affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma nell'assegnarne la cagione; allora (parlo de' primi tempi, in cui non si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d'orecchi, trovava lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a disteso era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e bocconi.

«La c'è pur troppo la vera cagione, diceva; e son costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell'altra così in aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. E quando mai s'è sentito dire che l'influenze si propaghino...? E lor signori mi vorranno negar l'influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino...? Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de' corpi terreni, potesse impedir l'effetto virtuale de' corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciar de' cenci! Povera gente! brucerete Giove? brucerete Saturno?

«His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle».

Olindo Guerrini [Achillini e Manzoni; in La Rassegna settimanale, di Roma, vol III, n.º 59, 16 febbraio 1879, pp. 130-131] notava, per il primo, che il ragionamento posto dal Manzoni in bocca a don Ferrante, lo «copiò di sana pianta, senza dirci dove l'avesse preso», e ne indicava la fonte: una lettera di Claudio Achillini ad Agostino Mascardi. Tornava a trattare la questione, con grande serenità e molto garbo, Luigi d'Isengard [Claudio Achillini e don Ferrante; in La Rassegna nazionale, di Firenze, anno XX, vol 104, 1º decembre 1898, pp. 629-636.]

Agostino Mascardi di Sarzana, che visse dal 1591 al 1640 ed ebbe grido tra' letterati d'allora, mentre a Milano e nel resto d'Italia infieriva la peste e correvano le più strane e orribili voci intorno gli untori, scriveva all'Achillini: «Ditemi, di grazia, signor Claudio, che credete delle cose di Milano? Non parlo degli accidenti di guerra e della peste, che per via d'ordinario contagio si propaga, ma di quell'altra, che si dice esser seminata dagli uomini con mistura d'incanto. Io per me, come non sono dei più arrendevoli a creder tutto quello che si attribuisce al diavolo, così non lodo l'ostinata credulità di certi filosofastri, che, per far troppo del saccente, danno nell'infedele. Che in altri tempi si sia trovata cotal sorte di peste, dalla malvagità degli uomini appiccata con diverse misture, è notissimo». Qui tira in ballo Seneca e Tito Livio, Paolo Diacono e Procopio, Pomponio Leto e Gregorio Nisseno, Evagrio, Cedreno e Sigiberto; poi prosegue: «Può nondimeno accadere che la moltitudine, credula al suo peggiore e inchinata alla superstizione, v'aggiunga molte cose del suo, in virtù dell'eccessivo timore che la toglie di senno. Però, figliuole della paura e della sciocchezza stimo io quelle larve di Principi, di vecchi e di palazzi, delle quali s'empiono i fogli di Lombardia, quando non sieno macchine mal composte di qualche ingegno, più curioso che discreto, per dar materia di spavento alla plebe, e agli uomini sensati o di riso o di sdegno. È certo nondimeno che nelle pubbliche calamità gli autori antichi osservano molte fiere visioni, o vere, o immaginate dalla paura... Tantochè, per abbattere dalle sue fondamenta Milano, era necessario che alla fame compassionevole, alle violenze di barbara soldatesca, alle ruine di tanti anni di guerra, alle stragi della peste comune, s'aggiungesse il veleno, dirò insanabile, se è composto fin nell'Inferno con liquori nel nostro mondo non conosciuti».

L'Achillini gli rispondeva dalla sua villa al Sasso, nella valle del Reno, dove s'era rifugiato per paura del contagio: «È toccato alla peste lo svegliare il mio nome che dormiva sotto i ricchi padiglioni della vostra memoria: nè voglio già ringraziamela, perchè non merita grazie una siffatta disgrazia; ben rendo grazie a voi che cotanto m'avete onorato con la vostra eloquentissima ed eruditissima lettera, alla quale come potrò mai rispondere a parte a parte, se, subito ch'io l'ebbi ricevuta, vennero a me alcuni gentiluomini bolognesi, fra i quali un Paride letterato la riconobbe per un'Elena e me la rubò?... Voi mi richiedete il mio senso intorno agli spettri di Milano e alla magica peste portata dalla fama su certi fogli curiosi, che vanno attorno. Qui, o ragioniamo del potere, o del fatto. Se del potere, chiara cosa è, e la teologia non ci lascia dubitare, che il Demonio può naturalmente queste e cose maggiori, purchè Dio non gli sottragga il potere: intendo però, s'egli eserciterà le sue forze naturali dentro alla latitudine del moto locale, trasportando e applicando gli agenti alle materie: perchè se noi credessimo che nei predicamenti della qualità, della quantità o della sostanza egli potesse immediatamente produrre sì fatti termini, noi, s'io non m'inganno, faressimo errore. Se poi ragioniamo del fatto, certo che per le continue relazioni che vengono da Milano, anche in quest'ultimo spaccio, io molto agevolmente m'induco a crederlo; ma non già credo quelle favolose circostanze che questa estate andavano attorno, le inverisimilitudini delle quali erano troppe note a chi leggeva quei fogli: e che altre volte siano avvenute sì fatte pestilenze, o col concorso del Demonio, o con l'arte ignuda degli uomini, oltre le nobilissime autorità addotte da voi, io mi rimetto ad un certo trattatello manuscritto, che va attorno, il cui titolo è: De peste manufacta, nel quale sono registrate molte altre autorità di simil fatto; ma quello che mi confonde l'ingegno si è come si trovino uomini di barbarie tanto inumana, che cospirino coi Diavoli alla distruzione di tutta la propria spezie. Io qui impazzirei col pensarvi, e però vengo ad un'altra non meno curiosa maraviglia, e chieggo a voi che cosa è egli mai questo fomite, o seminario pestifero, che resta impresso nei panni e con fecondità così tragica fruttifica la morte delle famiglie e dei popoli interi? È egli accidente, o sostanza? Se accidente, o è trasportato, o prodotto; al primo modo repugna la filosofia, la quale non ammette il passaggio degli accidenti da un soggetto all'altro. Al secondo pare che ripugni il non potersi intendere con quale energia possa l'appestato tradurre dalle radici o dalle potenze dei panni agli atti una sì fatta qualità, oltre che non sarebbe agevol cosa lo assegnare in quale spezie di qualità dovesse riporsi. Se è sostanza, come vogliono tutti gli antichi e Greci e Latini, o è semplice, o è composta: se semplice, o ella è area, e perchè in breve tempo non vola alla sua sfera, liberandone i panni? O è acquea, e perchè non bagna, o non è dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e consumata? O è ignea, e perchè non abbrugia? O è terrea, e perchè non si vede, o col tatto non si sente? Se è sostanza composta, torno a dire che dovrebbe, o coll'occhio, o col tatto discernersi; e pure egli è verissimo che un panno bianco, mondissimo agli occhi nostri, ucciderebbe una città intera».

Queste lettere, che subito furon date alle stampe, levarono un gran rumore e più volte tornarono a veder la luce. La prima edizione ha questo titolo: Due lettere | L'una | Del Mascardi all'Achillini | L'altra | Dell'Achillini al Mascardi | sopra le presenti calamità. | Dedicate all'Illustriss. Signora | D. Maria Pepoli | Contessa di Castiglione, Sparvi, | E Barragazza. | In Bologna, per Francesco Casanio 1630. Con licenza de' Superiori | Ad istanza di Bartolomeo Cavalieri et Cesare Ingegneri; in-4º picc. di pp. 24. Furono riprodotte: In Firenze, MDCXXXI. | Nella Stamperia di Pietro Nesti al Sole | con licenza de' superiori; in-4º di pp. 16—In Roma, Per Lodovico Grignani, MDCXXXI. | Con Licenza de' Superiori; in-4º di pp. 20—e In Roma, et in Milano | Ad istanza di Gio. Batt. Bidelli | MDCXXXI; in-18º di pp. 32. Poi vennero inserite nella raccolta delle Rime e prose dell'Achillini, stampata a Venezia nel 1656, 1673, ecc. È probabile che il Manzoni leggesse la lettera ispiratrice in una di queste ultime edizioni; ma non si può escludere che potesse avere avuto tra mano anche una delle altre stampe, sebbene assai rare. Infatti consultò un numero grande di libri e di opuscoli intorno alla peste del 1630; quanti ne potè trovare. E poi pizzicava di bibliofilo. Sta lì a provarlo un esemplare, postillato di suo pugno, della Serie | de' | testi di lingua | usati a stampa nel Vocabolario | degli Accademici della Crusca | con aggiunte | di altre edizioni da accreditati scrittori molto pregiate, | e di osservazioni critico-bibliografiche, | Bassano MDCCCV. Dalla Tipografia Remondiniana | con R. permissione; in-8º; che si conserva nella libreria di Brusuglio.

Il prof. Lorenzo Stoppato [La Biblioteca di Don Ferrante, Milano, tip. Bortolotti di G. Prato, 1887; pp. 47-49] pigliò le difese di don Ferrante, ponendogli in bocca questa risposta al Guerrini: «Caro signor mio, Ella mi imputa di plagio? Ma non sa Ella che il distinguere fra sostanza e accidente è una delle formule più consuete e precise della filosofia aristotelica, e che l'applicazione della formula importa uno sviluppo eguale di ragionamento, per ogni caso? Che non varia altro che la materia alla quale viene applicata? E mi crede così da poco da aver bisogno di copiare un ragionamento, come farebbe uno scolaretto? E Lei mi fa un gran caso dell'aver io considerata la peste come sostanza e come accidente? Ma non sa che gli scolastici hanno disputato per fino se Dio fosse accidente o sostanza». Fin qui la difesa non fa una grinza; dove zoppica è in quello che segue: «Nè mi venga a dire che io ho copiato dall'Achillini... Dica piuttosto che anche l'Achillini ha copiato quel ragionamento, e lo ha copiato precisamente da Massimiliano Viani di Pallanza. Costui infatti, nei suoi Dialoghi su i rimedi efficacissimi per guardarsi dal mal contagioso, stampati a Milano, dal Rolla, l'anno 1630, a pag. 40» [correggi pp. 44-45], «scrive:—Per compiacervi dirò quello che dice alcuno filosofo sopra tali particolari, circa il punto che sii questo fomite, o seminario pestifero... Se egli sii accidente, o sustanza. Se accidente, o è trasportato, o è prodotto. Al primo modo repugna la filosofia, la qual non ammette passaggio degli accidenti da un soggetto all'altro... Se sustanza, o è semplice, o è composta. Se è semplice, o ella è aerea, e perchè in breve tempo non vola alla sua sfera? O è acquea, e perchè, o non bagna, o non è dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e consumata? O è ignea, e perchè non abbrucia? O è terrea, e perchè, o non si vede, o col tatto non si sente? Se è sostanza composta, dicono che dovrebbe, o con l'occhio, o col tatto discernersi... Quanto poi alla generazione di questo male, può seguire per alterazione o correzione d'aere, cioè per l'aere viziato e corrotto per aspetti nemici di stelle—». Lo Stoppato conchiude: «Eccovi, caro signor critico, che anche il vostro Achillini è un plagiario e ha copiato ad litteram dal Viani».

Ho qui dinanzi il suo libro e comincio col trascriverne il titolo: Remedii efficacissimi | per | guardarsi dal mal contaggioso, | Accioche non vadi infettando i Vicini, | nè faccia progresso; | con altri avertimenti | necessarii per tali bisogni. | Opera | composta in forma di Dialogo | da Massimigliano Viani | di Pallanza | Per beneficio pubblico. | In Milano, | Appresso Carlo Francesco Rolla Stampat. | vicino al Verzaro. È un volumetto in-8º di pp. 51, oltre 8 in principio e 3 in fine. L'anno manca; ma si deduce dalla lettera dedicatoria del Viani All'Ill.mo Magistrato della Sanità dello Stato di Milano, scritta da «Milano li 23. Giugno 1657»; nonchè dall'approvazione del Magistrato stesso, che è del 27 del medesimo mese. In questa approvazione si commenda anche il libro, e si esortano le Comunità, «per il loro particolare beneficio, a provvedersene d'una copia, prohibendosi a ciascun stampatore et ad ogni altra persona il stampare, far stampare, o introdurre da di fuori di questo Stato per anni dodici prossimi avvenire la medesima opera; et ciò sotto pene pecuniarie et anco corporali». Ecco dunque provato che l'Achillini non è per nulla un plagiario. Lo sarà il Manzoni? Osserva Luigi Morandi [cfr. La Perseveranza del 19 febbraio 1879]: non solo non può parlarsi «di plagio, ma neppure d'imitazione, almeno nel senso più ovvio che si da a questa parola»; è «una trovata storica», la quale prova che anche i personaggi e i fatti inventati, furono dal Manzoni «coloriti con tinte ricavate da fatti e da personaggi consimili e realmente storici di quel tempo». Ribadisce Orazio Bacci: «Non si potrebbe parlar mai di un plagio, sibbene di un substrato storico—quasi direi—che l'autore volle dare alla sua figura; e la citazione della fonte non era necessaria, nè forse artisticamente possibile». Notevole è poi ciò che scrive il D'Isengard: «Che il Manzoni, volendo ritrarre nel suo romanzo la Lombardia del secolo XVII, abbia fatto uno studio accuratissimo di quell'età, dei luoghi, dei costumi, dei caratteri e degli avvenimenti, è cosa risaputa... Non si contentò di studiare quel secolo nelle linee principali, ma scese ai particolari; ben sapendo che i fatti minimi, come insegnò Bacone, giovano a spiegare i fatti massimi. Colla virtù assimilativa dei grandi ingegni, e coll'industriosa abilità delle api, fabbricava il suo miele. Nel libro di Stefano Stampa si legge:—Una volta mi mostrò nel Ripamonti [Qui lo Stampa è tradito dalla memoria. Gli mostrò invece il La Croce, dove a pag. 77 si riporta la predica. (Ed.)] il testo somigliantissimo della predica del padre Felice, dicendo:—Vedi son quasi le stesse parole delle quali mi son servito io.—Della lettera dell'Achillini avrebbe potuto dire egualmente: Vedete, per far parlare a don Ferrante il linguaggio della pedanteria, con tutti gli errori e le superstizioni del tempo, non m'è parso vero di trovare in quella lettera il fatto mio. Ma come l'orpello dell'Achillini nel crogiuolo manzoniano sia divenuto oro purissimo, questo è un segreto dell'arte». Giuseppe Galli [Un'operetta inedita del Card. Federico Borromeo sopra la peste in Milano ed i «Promessi Sposi»; nell'Archivio storico lombardo, ann. XXX, vol XX, pp. 110-137] scoprì che il Manzoni approfittò di un'opinione espressa dal Lampugnano a p. 13 del suo libro: La peste seguita a Milano l'anno 1630, stampato nel 1634, per metterla in bocca a don Ferrante. L'opinione del Lampugnano è questa: «Nè finalmente mi da l'animo di concedere che la peste sia qualità contagiosa. Perchè sarebbe accidente. Nè potendo l'accidente essere contrario alla sostanza, non capisco come possa da subietto in subietto passare ad operare la corruzione». Sentiamo adesso la medesima opinione uscita dal crogiuolo manzoniano: «Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; che questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro».

Il Manzoni dice che nella «scienza cavalleresca» don Ferrante «meritava e godeva il titolo di professore», e non a torto, giacchè «aveva nella sua libreria, e si può dire in testa, le opere degli scrittori più riputati in tal materia: Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, l'Urrea, il Muzio, il Romei, l'Albergato, il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso».

Il Forno o vero della nobiltà, dialogo del signor Torquato Tasso, vide la luce a Vicenza, nel 1581, per Pierin Libraro; il Trattato del modo di ridurre a pace l'inimicitie private, di Fabio Albergati, fu pubblicato a Roma, co' torchi dello Zannetti, nel 1583; i Discorsi cavallereschi del conte Annibale Romei, divisi in cinque giornate, vennero impressi a Venezia dallo Ziletti nel 1585. Di Girolamo Muzio, giustinopolitano, si hanno ben cinque opere: Le Risposte cavalleresche, Venezia, Giolito, 1551; Il Duello, Venezia, Giolito, 1558; La Faustina, dell'armi cavalleresche a' Principi e cavalieri d'onore, Venezia, Valgrisi, 1560; Il Cavaliero, Roma, Blado, 1569; Il Gentilhuomo, distinto in tre dialoghi, Venezia, Valvassori, 1575. Lo spagnuolo Girolamo d'Urrea è autore del Dialogo del vero onore militare, nel quale si definiscono tutte le querele che possono occorrere fra l'uno e l'altro uomo, con notabili esempi di antichi e moderni, che fu tradotto in italiano da Girolamo Ulloa e stampato a Venezia dal Sessa nel 1569. Di Fausto da Longiano si ha Il Gentilhuomo, diviso in due parti, Venezia, 1542 e 1544; e Il Duello regolato alle leggi dell'onore, con tutti i cartelli missivi e responsivi, Venezia, Valgrisi, 1552; e di Paride dal Pozzo i Libri IX del Duello, Venezia, 1521. Oltre questi «antichi», c'era un suo contemporaneo, che don Ferrante riteneva «l'autore degli autori», il «celebre Francesco Birago». E anzi il Manzoni nota che «fin da quando venner fuori i Discorsi cavallereschi di quell'insigne scrittore, don Ferrante pronosticò, senza esitazione, che quest'opera avrebbe rovinata l'autorità dell'Olevano, e sarebbe rimasta, insieme con l'altre sue nobili sorelle, come codice di primaria autorità presso i posteri». Li Discorsi cavallereschi del Signor Francesco Birago, Signore di Melone e di Siciano, ne' quali, con rifiutar la dottrina cavalleresca del Signor Gio: Battista Olevano, s'insegna a racchettare honorevolmente le querele nate per cagione d'honore, ebbero una prima edizione a Milano, dal Bidelli, nel 1622, che poi li ristampò «riveduti et accresciuti» nel 1628. Oltre un Trattato cinegetico, o vero della Caccia, Milano, Bidelli, 1628, il Birago compose tre altre opere cavalleresche, «nobili sorelle» de' Discorsi, cioè: Dichiaratione et avvertimenti poetici, istorici, politici, cavallereschi e morali sulla Gerusalemme conquistata del Tasso, Milano, Somasco, 1616; Consigli cavallereschi, ne' quali si ragiona circa il modo di far le paci, con un'Apologia cavalleresca per il Sig. Torquato Tasso, Milano, Bidelli, 1623; e le Decisioni cavalleresche. Si hanno insieme raccolte col titolo: Opere cavalleresche del Signor Francesco Birago, distinte in quattro libri, cioè; Discorsi, Consigli libro I e II e Decisioni, Bologna, Longhi, 1686; in-4º.

Il dott. Ubaldo Mazzini [La Cavalleria nei Promessi Sposi, nuovo contributo alla ricerca dei fonti manzoniani; nella Rassegna nazionale, di Firenze, ann. XXI, vol. 109 della collezione, 16 settembre 1899, pp. 333-346], ritiene che il Manzoni «ha avuto per guida un'opera soltanto d'un solo di quegli autori», i Consigli cavallereschi del Birago. «Gli altri autori e le loro opere» (così il Mazzini) «ha trovato citati ne' Consigli ad ogni capitolo, ad ogni pagina, e parecchie volte: con questo però non voglio escludere che egli li abbia consultati; ma più letti che studiati, come direbbe egli stesso». No: il Manzoni era troppo coscienzioso, troppo diligente, per contentarsi di bere a una sola fontana; gli ha letti tutti, gli ha tutti studiati; c'è da giurarlo. Scorrendo i Consigli (è sempre il Mazzini che scrive) «non solo è facilissimo trovarvi il riscontro con alcuni passi dei Promessi Sposi, ma ben si comprende ancora come abbia fatto del Birago l'autore prediletto di don Ferrante, il suo amico; come io elevi sopra tutti gli altri, e il perchè della profezia intorno all'Olevano. Ultimo venuto nella nobile falange dei trattatisti dell'honore, contemporaneo e compatriota di don Ferrante, il Birago, per lo stile, il gusto, il modo di argomentare caratteristico dell'età in cui visse, è ben naturale che tanto andasse a' versi di don Ferrante... Si può pensare che lo stesso nome di don Ferrante il Manzoni l'abbia tratto dai Consigli del Birago, giacchè nel Consiglio IV, in cui si esamina il caso di chi pretende essergli stato venuto meno della parola, si tratta appunto della vertenza insorta tra certo signor Ferante Novà ed il signor Giovaniacomo Latuada».

Intorno a questa incarnazione d'un dotto del Seicento, morto, «come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle», è pure da consultarsi: Albertazzi A., Don Ferrante, in Fanfulla della Domenica, ann. XXII, n. 6. (Ed.)

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