Note 170 — APPENDICI
Reading edition
A proposito dell'accenno a Carneade il prof. Nino Tamassia [Due note manzoniane; in Giornale storico della letteratura italiana; XXI, 182] scrive: «chiedere perchè il Manzoni tirò fuori il nome di quel letteratone del tempo antico, sembrerebbe forse una stranezza bell'e buona: e pure non è così. Accostiamo alle parole messe in bocca di don Abbondio queste altre di un dialogo di Agostino [Contra Academicos, cap. III, n.º 7; in Opera, ed. Venet. 1833, I, p. 305]: Tum Licentius: Carneades, inguit, tibi sapiens non videtur? Ego, ait, Graecus non sum, nescio Carneades iste qui fuerit. Non coincide la domanda di don Abbondio: Carneade! Chi era costui? con la frase di Agostino: nescio Carneades iste qui fuerit? Il Manzoni aveva studiato il gran dottore africano, e ne fa fede la lettera sua al Poujoulat... nella quale, da par suo, cerca di determinare dove precisamente sorgesse il celebre Cassiacum, ove Agostino si era ritirato con la madre, il figlio e gli altri amici, per prepararsi al battesimo. E notisi che il dialogo contra Academicos è opera nata dalla conversazione di Agostino e de' compagni, durante il tranquillo soggiorno di Cassiaco. Non parrà dunque più strana, dopo queste considerazioni, l'ipotesi che il Manzoni, scrivendo i Promessi Sposi, ricordasse il nescio Carneades iste qui fuerit, e lo facesse dire al povero don Abbondio, come saggio della non troppo ampia cultura del clero d'allora».
Proprio dopo le parole della seconda minuta, che ho stampate: «perchè Archimede ne ha fatte di così belle», il Manzoni scrisse, ma cancellò: «che non occorre esser molto erudito per saperne qualche cosa. Ceda Carneade, proseguiva poi il panegirico. Carneade! ruminava tra sè il lettore: chi era costui? mi par bene... Perpetua entrò ed espose la domanda di Tonio». È evidente: la fonte alla quale attinse il Manzoni, non si deve cercare nel passo di S. Agostino, ma nel «panegirico in onore di S. Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione, nel duomo di Milano, due anni prima». Il Lucchini [Comentario dei Promessi Sposi, ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi, Lecco, 1904; pp. 129-130] afferma recisamente: «Il libro sul quale meditava in quel momento don Abbondio... era un panegirico in onore di S. Carlo... Quel panegirico... avea per titolo La Fenice, e il suo autore fu Lucio Giuseppe Avogadro della Congregazione di Somasca e professore di teologia a S. Maria Segreta in Milano, ove era prevosto». La Fenice, oratione in lode di S. Carlo Borromeo... di Don Lutio Gioseppe Avogadro, fu recitata alli 4 di Novembre 1652; venne stampata «in Milano» appunto nel MDCLII, e non c'è rammentato nemmen per sogno Carneade! Si tratta invece d'un altro panegirico, recitato nel 1626. Bisogna frugare per le Biblioteche di Milano e scovarlo. L'ho tentato, ma per ora senza frutto. Coraggio e avanti; la fortuna arrida al nuovo Colombo! (Ed.)