Note 182 — APPENDICI (continued 2)
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Ecco nel loro «bel latino» i passi del Ripamonti che riguardano l'Innominato: «Memorabo casum unius, qui procerum urbis quum haud sane ultimus esset, rura sibi urbem fecerat, ac magnitudine facinorum, iudicia, iudicesque et fasces ipsos imperiumque contemnebat. Posito in extremis provinciae finibus domicilio, solutam quandam ac sui iuris vitam agebat, receptator exulum et exul aliquandiu ipse, postea redux, eousque progressus, ut externi principis uxorem, cum ad maritum sponsa deduceretur, raperet sibique haberet, ac iusto denique matrimonio iungeret et nuptias illas innuptas celebrari nostra aetas vidit. Domus erat illa velut cruenta officina mandatorum, capite damnati servi et capitum obtruncatores: non coquo, non aquariolo cessare licitum erat: pueris imbutae sanguine manus: et facili in Cenomanos, Bergomatesve transitu, tanto magis contumax adversus edicta maiestatemque imperii huius familia tota erat. Herus ipse cum solum aliquando, nescio, qua de causa vertere statuisset, adeo modeste id, adeoque occultus, trepidusve fecit, ut per mediani urbem cum suis canibus haud sine tubae etiam sonitu transveheretur, regiaeque ipsi obequitaret, ac Regio Gubernatori dicenda convitia portae custodibus in transitu mandaret. De hoc homine fama erat, tanquam domitis etiam adversus Ecclesiae leges et mysteria fraenis, in praecipitia penitus ac derupta abiret. Sicut ingenia eiusmodi sunt, nunquam id obiisse mysterium aiebant, ut peccata confiteretur. Voluit iste accedere ad Cardinalem, cum haud procul terribili domicilio, visitationis ordine, incessuque constitisset. Facile benigneque admittitur. Duas amplius horas in colloquio retentus est. Quae dicta fuerint haud sane comperimus, quia neque Cardinalem interrogare quisquam nostrum super ea re auderet, neque alter ille quicquam est effatus. Tanta certe mutatio repente facta est animi et vitae morumque illius, ut mirifica et magna et nova res ad colloquii virtutem et efficaciam haud dubie referretur: opusque Cardinalis id familia tota illa gladiatorum agnosceret, ac, velut erepta sibi stipe, detestaretur. Etiam alia per utramque provinciam locis opportunis dispersa familia quam truculenti nutus et patratae vel patrandae caedes alebant, mansuefacto hero, duceque sensere damnum. Simul pleriqui procerum urbis multa et occulta consiliorum atrocium funestarumque rerum societate cum eo coniuncti postea quam ea quae communicata et inchoata facinora habebant, relinqui ab eo deserique senserunt, intellexere simul, id quod erat, diversa itinera vitae ingressum neque tantae rei mutationisque authorem ignoravere. Et externorum quoque Principum nonnulli, quibus particeps et minister alicuius saepe magnae caedis ex longinquo ipse fuerat, sive qui auxilia et ministros ei saepe miserant, cito sensere mutationem. Sed causam anxii exquirebant, donec hanc etiam pertulit fama et nuntiavit. Ego sicut augendae rei causa nihil ex vano attulisse velim: ita ne his quidem demere fidem debeo, quae comperta habemus. Vidi paulo post eum virum in cruda adhuc viridique senecta, nihil ex pristina ferocia retinentem praeter vestigia et notas, quarum argumento natura unumquemque nostrum insiti vitii rerum facit. Et has tamen ipsas recens assumpta mansuetudo castigabat scilicet atque inflectebat, ut quasi magno verbere victam et domitam esse naturam appareret». Cfr. Iosephi Ripamonti, canonici scalensis, chronistae urbis Mediolani, Historiae patriae decadis V libri VI. Mediolani, ex regio Palatio, apud Jo. Baptistam et Julium Caesarem Malatestam, regios typographos, senza anno; pp. 308-311.
Dell'Innominato ne tocca anche Francesco Rivola, biografo di Federigo Borromeo. Ecco quello che scrive: «Così copiosi ed abbondevoli furono i frutti che dalla spiritual visita della sua diocesi colse Federico, che non mi dà il cuore di potergli qui tutti sotto gli occhi d'ognuno pienamente rappresentare... Viveva in un certo castello, confinante col dominio di straniero Principe, un Signore altrettanto potente per ricchezze, quanto nobile per nascita, il quale, datosi ad ogni maniera di misfatti, opprimeva con la sua potenza quando l'uno, quando l'altro degli habitatori, arbitro facendosi degli altrui affari, così pubblici, come privati; e minacciando, anzi offendendo chiunque a' suoi cenni ardito havesse di contrariare; intanto che fatto era terrore di tutti que' contorni. Giunto in quelle parti Federico la sua diocesi visitando, volle con esso abboccarsi, per veder pure di distorlo dalla mala via e di ridurlo a porto di salute; e tanto disse, rappresentandogli con pastoral zelo il suo stato miserabile ed il pericolo dell'eterna dannatione, che lo dispose all'ammenda e fece sì che da quel giorno innanzi, con maraviglia di quanti erano de' suoi depravati costumi molto ben informati, deposta ogni presuntuosa alterigia e ferocia, tutto mite, piacevole ed ossequioso verso di tutti dimostrossi, nè fu mai più alcuno che d'un minimo suo eccesso potesse ragionevolmente dolersi». Cfr. Vita di Federico Borromeo, Cardinale del Titolo di S. Maria degli Angeli ed Arcivescovo di Milano, compilata da Francesco Rivola, sacerdote milanese, e dedicata da' Conservatori della Biblioteca e Collegio Ambrosiano alla Santità di Nostro Sig. Papa Alessandro Settimo. In Milano. Per Dionisio Gariboldi, MDCLVI; pp. 253-255.
Ne parla pure Biagio Guenzati nel cap. 22 del lib. II della sua Vita di Federigo Borromeo, Cardinale di Santa Maria degli Angioli, Arcivescovo di Milano, compilata di nuovo e accresciuta, che si conserva inedita nella Biblioteca Ambrosiana. Scrive: «Ammirò ancora il mondo convertire le Tigri di crudeltà in Agnelli mansueti, e squagliati in lagrime di penitenza li cuori più indiamantiti per le destre maniere di Federigo. Tra li confini del dominio Milanese, Veneto e de' Grigioni godeva asilo securo un mostro di fierezza, cui per altro rendeva autorevole e temuto la nobiltà del sangue e la potenza. Questo, raccogliendo tutta la feccia dell'iniquità, che per purgarsi cacciavano fuori gli Stati confinanti, aveva al suo comando squadre di sgherri e tagliacantoni, che pascevansi colle stragi e col sangue, svenando vittime umane all'altrui odio. A quel castello, come al tribunale di Eaco o di Radamanto, ricorrevano tutti gli avidi di crudeli vendette; in quello macchinavansi tradimenti e spacciavansi sentenze di morte, che venivano eseguite in mille guise da palliati carnefici». Qui racconta varie imprese di lui; poi prosegue: «Portatosi dunque in quei contorni il Cardinale, ebbe ad albergare ancora in quella piccola Terra ove risiedeva questo Ministro di Morte. Volle questi, forse per compiere solo al debito della sua nascita cospicua, visitarlo e si trattenne segretamente con esso per due ore. Non si penetrò di che si discorresse fra loro; nè meno il Cardinale mai lo palesò».
In una grida del 10 marzo 1603, pubblicata «In Milano, per Pandolfo et Marco Tullio Malatesti, Stampatori Regi Camerali», il Governatore di Milano, Don Pietro Enriquez de Azevedo conte di Fuentes, «conosciuto per esperienza di quanto commodo et utilità sia stata a questo Stato la grida d'ordine suo pubblicata sotto li 12 marzo 1601 contra banditi et assassini et altri facinorosi; et desiderosa l'Eccellenza sua che questi sudditi, tanto affetionati alla Maestà Catholica et da lei commessi al suo governo, possano vivere con quella maggior quiete et sicurezza che sia possibile et i malfattori siano castigati et distrutti, ha deliberato (col parere ancora del Consiglio Secreto et del Senato) che la sudetta grida si rinovi nel modo et forma che segue: Commanda S. E. che niuno, di qual conditione si sia, ardisca ricettare, nè alloggiare, o dare alcuno aiuto o favore in qualsivoglia maniera ad alcuno condannato capitalmente di morte naturale, et bandito, o assassino, sotto pena della vita et confiscatione de' beni; nè si ammetterà escusatione a' padri o fratelli o altri parenti che habbiano ricettato o dato aiuto a figliuoli, fratelli o altri parenti, i quali siano banditi, o assassini». Qui seguono sei pagine di stampa fittissima nelle quali il Governatore ordina alle varie autorità di ammazzare, scorticare e impiccare oltre dugento banditi, di cui dà il nome; poi prosegue: «Et perchè sono dispiaciuti oltre modo a S. E. gli eccessi seguiti nella persona di Lucia Vertemate, moglie che fu di Gio. Battista Piacenza, et nella persona di Geronimo Cusano et suo figlio; et parimente gli enormi et brutti misfatti commessi da Francesco Bernardino Visconte, uno de' feudatarij di Brignano Geradadda e da' suoi seguaci; concede S. E. che qualunque consegnerà vivo o ammazzerà alcuno degli infrascritti, oltre il premio pecuniario promesso nelle gride, possa liberare due banditi per qualsivoglia caso, fuorchè gli eccettuati in questa grida». Dà quindi il «Nome de' banditi per la morte della Vertemate,» il «Nome de' banditi per la morte de' Cusani,» e «Li nomi di Francesco Bernardino Visconte et suoi seguaci banditi», che son questi: «Francesco Bernardino Visconte di Brignano sudetto; Pompeo, suo uccellatore, habitante in Brignano; Battista Boldono, Cesare Zallatino et Dominico Rozzono, detto il Pelato, tutti tre habitanti in Triviglio; Gio. Battista Nicoletto da Caravaggio; l'appellato il Casale da Bagnolo Cremonese; Camilino di Salamene Parmigiano, altre volte habitante nel detto luogo di Brignano in casa del detto Francesco Bernardino Visconte». Quindi prosegue: «Nè vuole S. E. che li sudetti condannati per la morte delli detti Vertemate et Cusani et per li già detti delitti di Francesco Bernardino Visconte et complici possano godere del beneficio della presente grida; anzi li dichiara per sempre indegni di liberatione et di potere habitare in questo Stato, salvo però se alcuno dei sudetti complici ci consegnasse o ammazzasse il principale, cioè il Conte Francesco da Vimercate, o Carlo Cusano, o Francesco Bernardino Visconte, in tal caso quel tale possa godere del detto beneficio di questa grida, et non altramente».
La grida, secondo il solito, non produsse nessun effetto; e senza nessunissimo effetto fu rinnovata il 30 maggio del 1609 e il 2 giugno del 1614. Bregnano, castello anche al giorno d'oggi di proprietà de' Visconti, resta dove il Milanese confina col Bergamasco. «I tempi rispenderebbero» (scrive il Cantù): «l'uomo era terribile: la grandezza e potenza di quella famiglia, illustre e allora e adesso, poteva trattener la penna degli storici: veggano i lettori qual peso sia a dare a questo supposto, del quale noi ci professiamo debitori allo stesso «Manzoni». Cfr. Cantù C. Sulla storia lombarda del secolo XVII ragionamenti per commento ai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, Milano, coi tipi di Luigi Nervetti, 1831; pp. 56-57.
Francesco Bernardino era figlio di Giambattista Visconti e di Paola Benzoni di Crema. Il LITTA [Famiglia Visconti di Milano, tav. VIII] lo dice «assoggettato alla confisca nel 1603 per commessi misfatti»; nè altro aggiunge di lui. Del padre scrive: «Del consiglio de' LX Decurioni, fatto cittadino di Cremona nel 1570. Nel 1577 era capitano generale delle cacce. Dilapidatore al giuoco del proprio patrimonio, morì in Brignano nel 1595». Dice che lasciò tre maschi: Francesco Bernardino, Galeazzo ed Ercole. Quest'ultimo era naturale; come, delle tre femmine, furono naturali Giulia e Maddalena; legittima, Caterina, che sposò Ersilio Del Maino.
Afferma il Cusani che il canonico Giuseppe Ripamonti «faceva parte del seguito del cardinale Federigo Borromeo nella visita pastorale della pieve di Treviglio nel 1608, ove ebbe luogo la conversione del famigerato Bernardino Visconti, feudatario del vicino Brignano, cui piacque a Manzoni appellare l'Innominato». Cfr. Cusani F., Paolo Moriggia e Giuseppe Ripamonti, storici milanesi; nell'Archivio storico lombardo, ann. IV [1877], fasc. I, pag. 58. Della conversione del Visconti ne aveva già discorso nel giornale La Perseveranza del 14-16 luglio 1876. Dopo di lui ne trattarono: F. D'Ovidio, Due parole sull'Innominato, nell'Illustrazione italiana del 27 maggio 1894; A. Graf, Perchè si ravvede l'Innominato? in Foscolo, Manzoni, Leopardi, saggi, Torino, Loescher, 1898, pagine 113-138; e G. Negri, La conversione dell'Innominato e il convito della Grazia, e Se la conversione dell'Innominato fu per il Manzoni un miracolo, in Sui Promessi Sposi di A. M. commenti critici, estetici e biblici, Milano, Scuola tip. Salesiana, 1903, part. II, pp. 157-282. (Ed.)