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Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1, Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 1

Note 229 — VIII.

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Si tratta di Don Abbondio. Intorno a questa stupenda creazione manzoniana è notevole quello che scrive l'abate Antonio Stoppani: «Chi crederebbe, per esempio, che don Abbondio è un personaggio non immaginario, ma vero? Io potrei declinarvi il nome e il cognome; ma parce sepultis! Egli era naturalmente un curato, con cui usava spesso Manzoni nella sua giovinezza. Lo conobbi anch'io, ma troppo poco per potervi assicurare, da mia parte, che egli era un don Abbondio in carne ed ossa. Sentite però un piccolo aneddoto che riguarda quell'uomo, e che il Manzoni nella sua più tarda età raccontava come cosa che gli aveva fatto una grande impressione. Siamo proprio ai tempi della prima giovinezza del grande poeta. Giuseppe II, che aveva messo le mani dappertutto e cacciatele fino al fondo nelle cose di sagristia, fondò a Pavia un seminario teologico detto Seminario maggiore, celebre soprattutto per i dissensi che ne nacquero tra la scuola tamburiniana e le curie, principalmente la curia romana. Alcuni de' più distinti studenti di teologia delle diocesi lombarde venivano scelti per compire i loro studi in quel Seminario, e obbligati a frequentare le scuole dell'Università. Quando poi si presentavano alle rispettive curie per essere ammessi agli ordini sacri, dovevano sostenere un esame, come si fa anche adesso, ma che allora era diretto principalmente dalle curie ad assicurarsi che i candidati non erano infetti da dottrine ritenute ereticali. Come il nostro don Abbondio (daremo questo nome al nostro innominato) fosse tra i prescelti, non ve lo saprei dire. Forse era altrettanto distinto d'ingegno, quanto bislacco di volontà. Il fatto è che don Abbondio andò a compire gli studi nel Seminario maggiore, e presentossi, a suo tempo, per ricevere gli ordini alla curia milanese.—Quando mi presentai all'esame—così narrava al giovinetto Alessandro—l'esaminatore mi domandò se i parroci erano d'istituzione umana o divina. Io sapeva benissimo che loro volevano si rispondesse che erano di istituzione umana, e, furbo, risposi tosto: d'istituzione umana... d'istituzione umana!—Il giovinetto, benchè colpito profondamente dal vedere un curato che in una cosa di religione faceva dipendere il sì o il no da riguardi affatto umani, e, se occorreva, affrontava gli ordini con una menzogna; ebbe l'ingenuità di domandargli, se quanto aveva risposto nell'esame corrispondeva veramente alle sue convinzioni.—Oh giusto!—soggiunse don Abbondio:—a me avevano insegnato ben diversamente a Pavia; ma se avessi risposto come la pensava io, non mi lasciavano dir messa.—Il Manzoni volle arrischiare qualche osservazione; ma il curato tagliò corto con questa sentenza:—Quando i superiori domandano, bisogna saper rispondere a seconda del come la pensano loro.—Non vi pare che in questa sentenza ci sia un intero programma di saper vivere, di saper navigare, come si dice? che vi sia insomma scolpito vivo vivo il don Abbondio de' Promessi Sposi? Mettetelo in faccia ai bravi, sotto le minaccie di don Rodrigo; poi sappiatemi dire se il Manzoni ha studiato sul vero fin da quando era giovinetto». Cfr. Stoppani A. I primi anni di Alessandro Manzoni, spigolature, Milano, tip. Bernardoni, 1874; pp. 143-148.

Ne svelerò il nome: era don Alessandro Bolis, curato di Germanedo, piccolo paesello in vicinanza del Caleotto, la villa avita del Manzoni.

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