Note 196 — IV.
Reading edition
Parla del cadavere della monaca uccisa, che era stato da Egidio trasportato nella sua cantina e lì seppellito. Il Ripamonti scrive: «Ancilla monasterii una, quae horto forte jurgis projecerat scire se aliquid, et in tempore patefacturum, impacto in occiput scabello, intra eamdem scelerum omnium officinam, hoc est in Dominae conclavi exanimatur, et corpore occultato, datur, volgaturque fama tamquam silentio noctis ipsa aufugisset». Sentiamone il racconto dalla bocca stessa della Signora. Ecco quello che confessò nel processo: «Narrerò il fatto di questa Caterina, donna dissoluta e mezza matta. Essendo venute molte volte le monache in parere di rimandarla, fu trattenuta per compassione, in grazia mia, credendo che si potesse emendare. Essendo occorso che essa facesse ingiuria a suor Degnamerita, procurai fosse messa prigione, con compartecipazione della Madre [Badessa] e del confessore: ciò fu in tempo che monsig. Barca doveva venire al monastero a mutare gli offici. La Caterina, essendo in prigione, cominciò a dire che voleva comunicare molte cose di me e delle altre; ed accadde che essendosi quella sera introdotto l'Osio [l'Egidio manzoniano], gli fu da quelle monache riferito ciò che la Caterina andava minacciando. Io mi avviai alla sua volta per placarla, col lume in mano, lontana da ogni malo pensiero, avendo in compagnia Ottavia [Ricci], Candida [Trotti de' Biancolini] e Silvia [Casati]. Ci presentammo alla finestra che guarda in giardino, la quale è bassa fino alla cintura; trovai che suor Benedetta [Omati] m'aveva preceduta e stava ragionando colla prigioniera. N'ebbi aiuto ad entrare, poi entrarono le altre, ultimo l'Osio. Dissi allora alla Caterina—odi!—e volevo aggiungere che non parlasse e fosse sicura che avrei procurato di farla restare; ma lei rispondendomi superbamente: non voglio più udire le vostre ciancie e intendo di essere la rovina di noi e del vostro moroso: domattina verrete voi a star qui in vece mia—l'Osio, trasportato dalla collera, le diede con una cosa due o tre volte sulla testa, onde essa all'istante morì. Nè io, nè le altre eravamo consapevoli di ciò che egli era per commettere sulla persona della Caterina».
Della medesima conversa Caterina Cassini, detta da Meda, dal paese nativo, così descrive la morte suor Benedetta Omati: «Stando io per mie faccende in giardino a dir l'offizio, la Caterina mi domandò dalla finestra del luogo dove era stata rinchiusa, che risponde appunto al giardino, pregandomi che andassi a lei, perchè aveva paura; le risposi che non potevo; tuttavia, circa alle due di notte, andai a lei, colla quale stetti un pezzo, parlando del mal tempo, che era tuoni, pioggia, losnata [lampi]; e in quel mentre sopravvenivano suor Virginia, [la Signora] e suor Ottavia. La Caterina disse che non voleva più ciance da lei, e che la mattina seguente avrebbe sentito. In quel tratto era capitato anche l'Osio, e appena lo vidi, che un piè di bicocca, che aveva in mano, diede egli sul capo della giacente, che per quelle botte morì senza dir niente, chè le diede dalla parte di dietro, e le ruppe anche la testa, onde escì sangue e restò imbrattato il suddetto piede di legno, ch'io poi lavai». Questo piede «era quadro, largo nel fondo, che andava stringendosi in forma di diamante, ed era di un legno che tirava al rosso».
Suor Ottavia Ricci, alla sua volta, confessa: «Dirò per la verità, che avendo quella Caterina fatta andar in collera suor Degnamerita, che era la carissima di suor Virginia, questa, per risentimento, la fece metter prigione; per il che la Caterina si prese a dir male di suor Virginia, di suor Benedetta e di me intorno a' particolari dell'Osio, ed in ispezialità che intendeva uscir lei di prigione e farvi metter noi, palesando ogni cosa. Lo che avendo inteso Giampaolo [Osio], che si trovava nel monastero, secondo il solito, presso suor Virginia, ed intendendo che monsig. Barca stava per venire e l'avrebbe levata di castigo, si risolvette di ammazzarla; e, così, a mezzanotte suor Benedetta andò dalla Caterina nella camera ov'era detenuta e cominciò a parlar seco, poi vi andò suor Virginia e, dietro lei, io; sopraggiunse Giampaolo, che avendo un piede di bicocca, da lui tolto nel laboratorio delle monache, dov'era stato messo prima del ritiro, ne diè due o tre colpi nella coppa della Caterina, che stava sdraiata su d'un pagliericcio, e così l'ammazzò, che morì subito alla nostra presenza; e morta la portassimo nel pollaro, aiutando tutte; e suor Benedetta ed io la drizzassimo in piedi in un cantone e le appoggiassimo contro de' legni assai, perchè non potesse esser vista..... La Caterina così morta stette lì tutto il giorno seguente: venuta la notte, tornò l'Osio e, coll'aiuto di suor Benedetta, portò il cadavere a casa sua».
Suor Benedetta in un altro interrogatorio soggiunge: credo che Candida e Silvia vedessero quando si accomodò il cadavere nel pollaro: tutte e due aiutarono a portarlo fuori del monastero, cioè sin alla porta. Io aiutai a trasportarlo sino alla casa dell'Osio». Suor Silvia depose: «L'Osio la notte seguente tornò, secondo il solito, perchè aveva le chiavi contraffatte; e andando tutte noi soprannominate al pollaro, fu messo dall'Osio il corpo in un sacco, portato da lui, coll'aiuto di suor Benedetta, in casa propria, e seppellitovi in una cantina, per quanto asserì suor Benedetta». (Ed.)