Note 461 — QUADRO SETTIMO
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Fu lo stratego Trasibulo, il maggior nemico che avesse Alcibiade nella flotta, che si affrettò a portar ad Atene la nuova del disastro di Nózio, e accagionandone l’incuria di Alcibiade, lo trasse di nuovo in disgrazia del popolo. Di che Plutarco scrive: «Se mai fu alcuno a cui la sua propria gloria abbia portato ruina, questi fu certo Alcibiade. Perocchè grande essendo questa sua gloria, ed essendo ei riputato pieno di coraggio e di prudenza per le belle imprese che fatte egli avea, se per sorte non ne avesse condotta alcuna a buon fine, si sospettava che ciò fosse perch’egli non vi si fosse applicato con tutta volontà, non potendo credere alcuno che egli non avesse potuto; ma tenendosi per sicuro che a lui non dovesse andar fallita veruna cosa che venisse da lui con premura intrapresa» (Plut., Alcib., 35). E Cornelio: «Nihil enim eum non efficere posse ducebant. Ex quo fiebat ut omnia minus prospere gesta ejus culpae tribuerent, quum eum aut negligenter aut malitiose fecisse loquerentur: sicut tum accidit. Nam corruptum a rege cepere Cymen noluisse arguebant» (Corn. Nep., Alc., 7. — Cfr. Senof., St. Ell., I, 4, 5; Diod. Sic., XIII, 73, 74).