Note 449 — QUADRO SESTO
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Vedi quadro III, n. 16. — È superfluo avvertire che i cenotafj (κενοτάφια ossia tombe vuote) distinguevansi dai veri sepolcri (τάφος, τύμβος) o monumenti sepolcrali (μνημεῖον), per questo ch’essi non contenevano le ceneri del defunto (Eurip., Elen., 1255; Callim., Epigr., 18). V’eran due sorta di cenotafj: quelli innalzati alla memoria dei morti ch’erano sepolti altrove (Pausan., Attic., Messen.) e quelli dedicati ai morti di cui non si era potuto più ritrovare il cadavere. Secondo la credenza volgare, le anime dei morti privi di sepoltura erravano cento anni sulle rive di Stige, senza poter metter piede nell’Erebo; perciò i cenotafj dovevano por fine ai loro patimenti (Senof., Anab., VI; Tucid., II, 34). Indi la cura del sepolcro era tanta che quelli i quali trovavansi in procinto di naufragare si mettevano a bella posta in tasca quant’oro avevano per trovare più facilmente chi si prendesse il pietoso incarico di seppellirli (Sines., Lett., 4. — Cfr. Alcifr., Lett., I, 10). I cenotafj recavano per segno distintivo un frantume di nave (ι᾽κρίον) a significare che le persone a cui erano dedicati erano morte lontano dalla patria (Cfr. quadro V, n. 60; e Robinson, Antiq. gr.; Becker. Char., ecc.).