Note 447 — QUADRO SESTO
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Qualche critico erudito, credendo dar prova di gusto fino, classificò, arricciando con sussiego il naso, questo dialogo del sacerdote fra le allusioni banali d’attualità, e le solite volgari tirate contro i preti, a cui ricorrono gli autoruzzi per aver gli applausi del popolino. Se i preti al dì d’oggi sian sempre su per giù gli stessi d’una volta, non è questione che mi riguarda; e proprio non ci ho pensato: ma che il sacerdote mio sia fratello carnale dei sacerdoti ed indovini di cui, all’epoca del dramma mio, i comici satireggiavano come proverbiali la rapacità e l’impostura e l’avidità degli inviti a pranzo e dei succulenti sagrificj — di questo basterebbe, ad accorgersene, il dare una scorsa al Pluto, o alla Pace, o agli Uccelli di Aristofane. Taccio degli altri comici; e taccio di Luciano. Senza di che, niente potrebbe immaginarsi di più satirico del racconto che fa ingenuamente il buon Plutarco di questa stessa palinodia delle maledizioni contro Alcibiade revocate; e questo obbligavami a porre in iscena cogli altri tipi caratteristici dell’epoca anche quello dei sacerdoti, il dipingerli diversi da quel che essi erano, e che Aristofane li dipingeva, mi sarebbe parsa una finezza di gusto... che lascio ai critici eruditi dal gusto fino (Cfr. quadro II, n. 53).