Note 442 — QUADRO SESTO
Reading edition
.... veggo in supplichevol atto Là un uom seder, sangue la man grondante, Nudo il ferro nel pugno... Dorme Stesa sopra i sedili intorno a lui Una di donne orribilmente strana Torma... Donne non già: Gorgoni dico... Ma nè Gorgoni pur, nè somiglianti Sono a quell’altre che dipinte vidi Rapir le cene di Finéo. Senz’ali Son queste e negre e abominande in tutto. Russan con ributtanti aliti: un tristo Umor cola dagli occhi; il vestimento Qual non lice indossar nè visitando I seggi degli Dei nè dei mortali Le case entrando. Una simil genìa Non vidi io mai: terra non è che possa Di nutrir cotal razza impunemente Senza dolor nè lagrime vantarsi. (Eschilo, Eumen., V, 40-59, trad. Bellotti).
Tale è il terribile ritratto con cui il genio di Eschilo presentava alle fantasie ateniesi le Furie od Erinni, dormenti intorno al matricida Oreste; persecutrici implacabili, secondo l’idee greche, di qualsivoglia misfatto anche involontario, e però simboleggianti non tanto il grado della colpa e del rimorso interno, quanto, e più propriamente, l’orrore che accompagna ogni delitto, siccome quello che, per qualsiasi causa commesso, sconvolge sempre l’ordine di natura (cfr. quadro IV, nota 15). Epperò in Eschilo le Erinni, siccome ministre dello spettro di Clitennestra, vendicano il matricidio senza pur chiedere nè delle cagioni, nè d’altro; ma come per una legge inesorabile del destino, più forte della clemenza stessa dei Numi, indipendente dai tormenti minacciati ai colpevoli nell’Erebo. «È legge che ogni stilla di sangue sparso sulla terra chiami altro sangue: poichè alla vendetta grida l’Erinni e aggiunge morte a morte» (Esch., Coef., 392). Perciò sovr’esse non può nulla, neppure la purificazione che Apollo ha concesso ad Oreste in Delfo; e della quale appunto esse si lagnano accusando il Nume come violatore dei diritti delle Parche. Apollo non ha potuto che immergerle per poco in un sonno leggiero da cui subito, alla chiamata dello spettro dell’ucciso, elle si levano per inseguire Oreste; ed è infine con Apollo stesso, ch’elle non esitano di venir a contesa per i propri diritti sul matricida, dinanzi all’Areopago d’Atene. Ma qui i voti dei giudici si pareggiano, e solo il voto di Minerva decide a favor di Oreste la lite. Allora tocca a Minerva placar di nuovo gli sdegni delle Dee defraudate della preda: finchè da Minerva ammansate, accettano da lei l’invito di fermar dimora in Atene e promettono di esser sempre benefiche a quella città.
Sì, con Minerva accetto Qui fermar mia dimora, e mai nè spregio Opporrò nè dispetto A questo suolo egregio D’are cultor... e con benigna mente Che nel futuro vede Qui pregherò che ognor fulgida e pura Luce spargendo il sole Copia produca d’ogni ben natura. (Eschilo, Eumen., 922 seg.)
Ed ecco come le Furie od Erinni (Εριννύες) — le terribili dive, figlie della terra e della notte (Sofocl., Ed. a Col., v. 39; Esch., Eumen., 424), le ancelle dell’Orco (Plut., De exil.), nate dal sangue di Urano sparso sulla terra (Esiod., Teog., 185), le dee inespugnabili, tremende a nominarsi (Sofocl., Ed. a Col., 124), succhiatrici del sangue dei viventi (Esch., Eum., 258, 269), — si trasformassero in divinità benefiche od Eumenidi (Εὐμενίδες); e ottenessero culto ed are e sacrifici sotto il nome di Dee venerande (σημναί), protettrici di Atene. Eccole fatte pietose allo stesso misero Edipo; e là in Colono, nel bosco sacro e nel santuario di quelle Dee da cui fu sì a lungo perseguitato, Edipo ritrova la pace e la fine dei suoi patimenti (Sof., Ed. a Col.). È all’ara delle Eumenidi che accorsero a cercare misericordia ed asilo Cilone e i suoi complici; e aver violato l’asilo fu tenuto per massimo sacrilegio verso le Dee (Tucid., I, 145. — Cfr. quadro III, n. 45; quadro IV, n. 32).