Note 441 — QUADRO SESTO
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Cerere e Proserpina. In quella guisa ch’elle formavano un ciclo mitico distinto dal resto della mitologia greca, così pure affatto distinto da quello degli altri dèi dell’Olimpo raggruppati intorno a Giove, e presiedenti alla vita degli umani, era il culto che fra i Greci avevano Cerere e Proserpina e in generale tutta quella categoria di divinità dai Greci venerate sotto il nome di ctoniche o sotterranee: Numi presiedenti dall’oscurità profonda, dalle viscere della terra, ai destini d’oltre tomba ed alla vita futura. Da codesto isolamento derivò al culto di queste divinità il carattere di misteri, ossia di riti religiosi, a cui nessuno senza speciale iniziamento poteva assistere: e la dottrina stessa dell’immortalità, su cui questi riti si appoggiavano, aveva appunto nel mito di Cerere e Proserpina, adorate al ritorno di primavera fra i misteri d’Eleusi, la sua simbolica rappresentazione. Proserpina (Persefone) nell’autunno di ogni anno è rapita alla luce del mondo di quassù e trasportata nel tenebroso regno dell’Orco (Αἶδης), ov’è assunta all’impero sulle ombre dei morti; ma ad ogni primavera ella ritorna nel mondo superiore, fra le braccia di sua madre, la terra (Δῆ μήτηρ, γῆ μήτηρ), splendida di rinnovata bellezza giovanile; è il ritorno della vita vegetativa nella vicenda delle stagioni: ma se la dea della morta natura era pur quella che esercitava il dominio sui trapassati, il suo ritorno alla luce dovea significare anche per l’uomo una palingenesi, un rinnovamento di vita. Indi Pindaro celebrando i misteri sacri in Eleusi alle due Dee «Beato, cantava, chi li ha veduti, e poi discende sotto la cava terra: egli conosce il fine della vita, e il principio di essa dato da Dio!»