Note 439 — QUADRO SESTO
Reading edition
L’usanza degli elogi e delle orazioni funebri sembra d’origine antichissima tra i Greci; Cicerone la riguarda come esistente fra loro sin dai tempi di Cecrope (de Legib., II, 25). Ma la legge che prescriveva queste orazioni come appendice ai funebri onori, è dallo scoliasta di Tucidide (II, 35) attribuita propriamente a Solone: vero è che, prima delle guerre persiane non riscontrandosi di pubblici elogi funebri esempio alcuno, Dionigi d’Alicarnasso e Diodoro Siculo ne assegnano al tempo di quelle guerre la introduzione. «Tardi gli Ateniesi aggiunsero alla legge dei funebri onori la orazione funebre, avendo cominciato a recitarla su quelli che per la patria erano morti o ad Artemisio o a Salamina o a Platea o a Maratona» (Dion. Alic., Antiq. Rom., V, 291). Ancor più preciso Diodoro dice l’uso di questi discorsi introdotto dopo la battaglia di Platea (Diod. Sic., XI, 33): e il Peyron (note a Tucidide) si attiene senz’altro a Diodoro. Meglio forse il Bulwer (Atene, lib. V, c. 3) spiega la discordanza in questo senso, che l’usanza dei discorsi funebri andò man mano, dai tempi eroici remotissimi in poi, perdendo d’importanza durante le piccole gare fra gli Stati greci: ma dopo le guerre persiane quella usanza fu rinnovata con solennità per la grandezza della lotta e la dignità e la santità della causa a cui i morti eransi consacrati. Il primo esempio a noi giunto di discorso funebre ateniese è quello di Pericle pei morti di Samo: ove i guerrieri caduti per la patria son pareggiati agli Immortali, e li si piangono così scomparsi dalla città come se dall’anno fosse tolta la primavera (Plut., Peric.; Aristot., Rhetor., III, 10). Ma di tal genere d’eloquenza due modelli perfetti fra tutti rimasero meritamente celebratissimi nell’antichità: il discorso di Pericle pei morti nella guerra del Peloponneso che Tucidide udì e ci trasmise (II, 35), e l’altro sullo stesso argomento che Platone pose in bocca ad Aspasia nel Menesseno. Altri esempj, meno insigni, a noi giunti, sono i discorsi funebri di Lisia sugli Ateniesi andati in soccorso ai Corinzj, di Demostene pei morti di Cheronea, e di Iperide pei morti nella guerra Lamìaca. — Caduta poi la Grecia sotto il giogo dei Romani, e sparita da Atene l’antica dignità dei costumi repubblicani, le orazioni funebri cessarono di essere quello che Demostene (C. Lett.) ricordava come un vanto di Atene, cioè un onore impartito solo ai fortissimi e ai benemeriti della città; ma si moltiplicarono per chicchessia, fino a divenire anche in Atene quel banale e bugiardo esercizio di retorica, che è spesso ai dì nostri fra noi: tanto che a persona spregiatissima e inferiore ad ogni lode si dica per proverbio: οὔκ ἐπαινεθείης οὐδ ἔν περιδείπνῳ — non sarai lodato neppur con orazion funebre — ch’è tutto dire! (Confr. quadro V, n. 60).