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Alcibiade

Note 417 — QUADRO SESTO

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Dacchè in Atene s’istaurò il governo popolare, il comando delle milizie fu ripartito fra dieci capitani o strategi (στρατηγοί), eletti dall’assemblea del popolo a maggioranza di suffragi, uno per ciascuna delle dieci tribù. È noto il frizzo di Filippo il Macedone, che diceva di invidiar gli Ateniesi perchè tutti gli anni trovavano dieci uomini capaci di fare il generale, mentr’egli in tanti anni non era riuscito a trovarne che uno solo. Tutti i cittadini, anche dell’ultima classe, meno quelli colpiti d’infamia o morte civile (ἀτιμία), potevano essere eletti a quella carica, purchè provassero in apposito esame (δοκιμασία) di possedere i requisiti voluti dalla legge per l’esercizio di una funzione pubblica (esser nato di genitori liberi ed ateniesi, aver compiuto i doveri figliali verso di loro, venerare gli Dei della città, aver servito onoratamente nell’esercito, non aver commesso azioni disonoranti): e alcuni speciali prescritti per la carica: aver figli e poderi nell’Attica, non aver liti pendenti in giudizio, ecc. — Gli strategi venivano eletti, come tutti gli altri magistrati, per un solo anno; potevano però essere rieletti; avevano potere eguale, con attribuzioni diverse, e ciascuno di essi, per turno quotidiano, avea il comando supremo; decidevano adunati in consiglio di guerra, a maggioranza di voti; in caso di divisione di pareri, a evitar ritardi nelle risoluzioni, aggiungevasi ai dieci capitani un altro magistrato, il polemarco (πολέμαρχος), il cui voto era in tal caso decisivo. Al polemarco spettava pure di diritto il comando dell’ala sinistra dell’esercito. Gli strategi, insieme col comando supremo delle forze di terra e di mare e con tutte le attribuzioni inerenti (liste di leva, congedi, equipaggiamento, tribunali militari, ecc.), avevano anche il diritto di convocare il popolo in assemblea straordinaria: diritto non concesso che ad essi ed ai pritani del Senato. Essi erano poi strettamente responsabili del loro operato in guerra e della loro gestione all’assemblea. — Quanto al grado di capitano supremo (στρατηγὸς, αὐτοκράτωρ), che fu dato ad Alcibiade al suo ritorno, e il quale gli attribuiva la supremazia sugli altri nove strategi, era un grado affatto eccezionale e non conferito che in circostanze straordinarie. Per tutto il tempo che durò la repubblica d’Atene, quattro soli ateniesi ne furono investiti.

Ai dieci strategi erano addetti, uno per ciascuno, e sotto la loro immediata dipendenza, dieci tassiarchi (ταξίαρχοι), che noi diremmo intendenti, incaricati delle riviste, delle provvigioni, ecc. La loro giurisdizione limitavasi alla fanteria.

La cavalleria era comandata, sempre sotto gli ordini degli strategi, da due ipparchi (ἴππαρχοι), i quali avevano alla loro volta sotto i loro ordini dieci filarchi (φύλαρχοι), uno pei cavalieri di ciascuna tribù.

Gli ufficiali inferiori traevano poi il nome dalla specie delle armi o dal numero degli uomini che comandavano. Tali i chiliarchi (che noi diremmo colonnelli), comandanti una chiliarchia (1,000 uomini, oltre 24 subalterni); i pentacosiarchi (grado equivalente a un dipresso al nostro di maggiore), comandanti 512 uomini; gli ecatontarchi (che sarebbero i nostri capitani), comandanti una compagnia, τάξις, di 128 uomini, a ciascuna delle quali era addetto un alfiere o portainsegna, un trombetta e un furiere; i tetrarchi (che diremmo luogotenenti), comandanti una mezza compagnia o pelottone di 64 uomini, divisi in 4 lochi; i locaghi (sergenti), comandanti un loco o squadra di 16 uomini; i pempadarchi (caporali), comandanti una pattuglia di 5 uomini (Vedi Tucidide, Erodoto, Senofonte, Plutarco, Demostene, Polieno, Arriano, Eliano, ecc. — Cfr. Suida, Arpocr.; Potterus, Archeol. gr.; Robinson, Antiq. gr., Grote, ecc.).

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