Note 131 — QUADRO SECONDO
Reading edition
È superfluo avvertire come, all’epoca del dramma, i sofisti avessero parte grandissima nella vita pubblica d’Atene e nella formazione del carattere ateniese. I sofisti avevano invaso, può dirsi, ogni ramo dell’educazione; alla loro scuola si formavano gli oratori e i magistrati della repubblica. Essi avevano particolarmente contribuito a sviluppare quella sterilizzante ginnastica dell’ingegno, che punto curando la sostanza delle idee, si divertiva a giuocar di destrezza sulle parole; quella smania di parlare per parlare, senz’altro scopo che di dar prova di una puerile abilità dialettica poggiata sullo scambio dei vocaboli; quel destreggiarsi pretenzioso e vuoto della mente non più intesa alla ricerca di un’utile verità morale o di uno scopo nobile e pratico della vita, ma a dar spettacolo di sè a sè medesima, in un continuo giuoco di bussolotti del discorso, in confusioni ridevolmente artificiose tra le idee e i loro segni vocali, in un fuoco di artifizio di garbugli di parole e calembourgs. Qui giuocar sulla ambiguità delle parole, là sulle apparenti sinonimie; estendere al senso assoluto il valore accidentale d’una voce; parole a più significati intenderle in una premessa ad un modo, nell’altra ad un altro; dare alle parole che unite hanno un senso, lo stesso disgiungendole e viceversa; tirar conclusioni essenziali dalle più superficiali analogie — e via dicendo. «E più spicca l’assurdo, — scrive lo Zeller (Gesch. der Philos., II) — più ridicola è la tesi, più sguaiata è la scipitaggine in che l’avversario è stato preso, tanto maggiore lo spasso e più sonoro l’applauso degli uditori.» Sicchè chi aveva in pronto parecchi di questi garbugli di parole era certo di chiamar gente a sè in piazza, come oggi farebbe un cavadenti in fiera; e Socrate non per nulla loro affibbiava appunto l’epiteto di ciarlatano, ciurmadore, γὸης (Plat., Repub., X). Naturalmente costoro trovavano spesso anche pan pei loro denti: poichè quelle abitudini ginnastiche del linguaggio generalizzandosi e addestrando insieme le menti a vederne a nudo e impararne gli artificj, era facile trovar nell’uditorio chi ritorcesse i cavilli contro il cavillatore, ripagandolo della stessa moneta.
Questi che abbiamo accennati erano i distintivi caratteristici della filosofia eristica, onde il nome di sofista nel senso nobile e antico della parola era venuto man mano assumendo un altro significato. Filosofia della quale si ponno rintracciar le origini nelle sottigliezze e quisquiglie idealistiche della filosofia eleatica di Zenone e di Parmenide, e che ai tempi di Socrate era venuta specialmente in voga per opera di Gorgia, di Protagora, di Prodico, di Ippia, o meglio di una turba di loro colleghi di mestiere, che da essi ritrassero il cavillare sconclusionato e le ridevoli sottigliezze e la vacuità pretenziosa del metodo, senza possederne lo ingegno. È a questa filosofia, dominante nei tribunali, nel foro, nelle piazze, che Socrate opponeva gli attacchi della sua ironia finissima, del suo squisito senso pratico, di quella sua filosofia informata al culto del retto e del vero, che Platone e Senofonte ci tramandarono e che al grande filosofo procacciarono il bel compenso di essere spesso confuso, come nelle Nubi di Aristofane, con quei medesimi che egli attaccava.
Il sofista da me introdotto a parlare in quest’atto appartiene a quella categoria più volgare degli eristici: egli porta il nome di uno dei due eristici messi alle strette da Socrate nell’Eutidemo; ma i suoi sofismi (qui naturalmente acconciati alla meglio per servire ad un piccolo scherzo comico) accennano alle sottigliezze e negazioni eleatiche sull’essere e sul divenire, di cui abbiamo un saggio nel Parmenide e in altri dialoghi di Platone.