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Alcibiade

Note 99 — QUADRO SECONDO

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Sull’ombra del gnomone, orologio solare (γνώμον, στοιχεῖον), calcolavansi l’ore. (Ateneo, Deipn., I, 8; VI, 42; Aristof. in Polluce, IX, 46; Aristof., Eccles., v. 652; Alcifr. III, 4).

I primi orologi solari (Erodoto, II, 109, li dice introdotti in Grecia dai Babilonesi; Diogene Laerzio invece ne fa inventore Anassimandro, e Plinio, Hist. Nat., 76, il discepolo di Anassimandro, Anassimene milesio, che avrebbe posto il primo gnomone a Sparta) consistevano in una colonna drizzata sopra uno spazio piano, su cui segnavansi diverse linee: e l’ombra della colonna che riflettevasi successivamente su di esse, segnava le ore. In seguito, e già all’epoca del dramma nostro, usarono per maggiore speditezza piantar un gnomone o stilo di ferro sopra una parete o una colonna; e rendea lo stesso servigio. L’ombra dello stilo accorciandosi o allungandosi col corso del sole indicava le ore col numero dei piedi di lunghezza. Indi, per chieder l’ora, usavasi dire Che ombra fa? Naturalmente di buon mattino l’ombra era lunghissima (Palladio, De re rustica, calcola di 29 piedi l’ombra di un quadrante antico, in gennajo, al levar del sole) e più diminuiva accostandosi al meriggio, per tornare a crescer poi: sicchè l’ore di primo mattino e di sera inoltrata eran segnate dal numero di piedi maggiore. Per altro, sul numero preciso dei piedi, corrispondente fra i Greci alle singole ore, non si hanno che calcoli approssimativi e molto incerti; pare, per esempio che il quadrante di Palladio, costrutto pel clima di Bisanzio, registri la divisione dei piedi in numeri maggiori probabilmente che non si usasse ad Atene: poichè in Aristofane e in Menandro, presso Ateneo, vediam fissata di solito per ora della cena in Atene l’ombra di dieci o di dodici piedi: e si sa che ad Atene la cena (δεῖπνον) aveva luogo ad ora assai tarda, al tramonto del sole o anche dopo. Vero è che in Eubulo, presso Aten. I, 8, troviam menzionata come ora di cena un’ombra di venti piedi: che accenna probabilmente ad un gnomone diviso in 24 piedi.

L’ore poi del giorno erano di due sorta: equinoziali che partivano il dì civile, come da noi, in 24 parti eguali: e artificiali, che dividevano sempre tanto il dì che la notte in dodici parti, più lunghe o più brevi quindi, secondo la lunghezza dei giorni e delle notti nelle varie stagioni. Quest’ore artificiali si designavano sommandole a tre a tre, ossia si ripartivano in quattro divisioni eguali di tre ore ciascuna, tanto pel dì che per la notte. Di giorno, le tre prime ore dal levar del sole dicevansi la prima; le tre seguenti, la terza; poi la sesta e la nona. Di notte, le prime tre ore del tramonto dicevansi prima vigilia, le tre successive seconda vigilia; poi terza e quarta vigilia.

Nella tavola di Palladio sopra ricordata, l’ombra di 15 piedi, qui accennata nel dialogo, corrisponderebbe appunto alla terza ora artificiale: vale a dire siamo sul finir della prima: e la terza di cui parla Carinade più innanzi, non cominciava che alla quarta ora dal levar del sole (Cfr. circa l’ora mattutina dell’assemblea, Aristof., Acarn.; Eccles.).

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