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Alcibiade

Note 123 — QUADRO SECONDO

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«Era il Pritaneo un luogo sacro nella rocca di Vesta, dove era perpetuamente acceso il fuoco. Ivi si conservavano le leggi di Solone, e si forniva vitto quotidiano a coloro i quali avessero ottimamente meritato della repubblica, o che la città volesse onorare, onore giudicato grandissimo tra i Greci» (Ast., Note al Protagora di Platone). Era presso i Greci quello che Tito Livio chiamava il penetrale urbis (XLI, 40), e che noi chiameremmo la casa del Comune, il palazzo municipale. Nel Pritaneo stava l’altare degli Dei patrono della città e il fuoco appunto vi ardeva perpetuamente ad imagine del fuoco acceso nelle case private sul domestico altare agli Dei penati. Oltre alimentarvi coloro ch’eran nudriti a spese pubbliche, nel Pritaneo la città esercitava l’ospitalità verso i forestieri illustri, ed ivi pure radunavansi i Pritani, i magistrati, gli amministratori del Comune. Il Pritaneo insomma era il simbolo esterno della grande aggregazione, della grande famiglia dei cittadini, e significava che una città aveva amministrazione propria e indipendente.

Son note le parole con cui Socrate inviperì i suoi giudici, allorchè, sentenziato colpevole e invitato, a tenor di legge, a dichiarare qual pena ei credesse applicabile a sè, rispose: quella di essere nutrito a spese pubbliche nel Pritaneo (Plat., Apol., 26).

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