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Alcibiade

Note 121 — QUADRO SECONDO

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Sui lamenti dei popolani ateniesi contro le concussioni e i ladronecci dei magistrati e capitani della repubblica, vedi Aristofane nelle Vespe, nei Cavalieri, negli Acarnesi. A questi lamenti non v’era altro ad opporre se non che i venalissimi eliasti popolani erano intinti della stessa pece: chè del resto la corruzione e i brogli e le ruberie nel maneggio dei pubblici affari e dei pubblici denari — di cui parlasi in questa e in altre scene del dramma — e che le leggi soloniche ab antico punivano di infamia e di morte — all’epoca di Alcibiade erano affatto all’ordine del giorno. Indi Isocrate si lamentava: Noi curiam così poco le leggi, che mentre esse puniscono di morte chi fu convinto di corruzione, noi quelli che spargono palesemente il denaro, li facciam generali (Isocr., De pace). Nei Cavalieri Aristofane fa dire dal demagogo Cleone al salsicciajo: Io confesso di esser ladro e tu nol confessi: e il coro a Cleone: tu adocchii i nostri tributi come i pescatori dall’alto di uno scoglio adocchiano i tonni: e poi il coro nelle strofe lamentando i tempi passati: nessun mai de’ condottieri (al tempo degli avi) chiese mai di nutrirsi come ora a spese pubbliche. — Un po’ più tardi udrem Demostene discorrere de’ suoi tempi per nulla dissimili: «Chi più offende la patria, o il bifolco e il tapinello che per figliolanza e domestiche necessità mancarono ai tributi, o chi nelle taglie riscosse e negli averi degli alleati diede di piglio?... Perchè, o malvagio, tu che da più di trent’anni maneggi la repubblica e in questo mezzo la vedesti rubata or da molti capitani, or da molti oratori, non li accusasti?... Ne volete la ragione? perchè tutti si spartono la preda, tutti si divorano le esazioni ed insaziabili pelano e scorticano la repubblica» (Demost., C. Androz.).

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