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Alcibiade

Note 119 — QUADRO SECONDO

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Imposta principale, e pressochè unica, pei cittadini di Atene (astrazion fatta dalle liturgie, cioè spese dei cori, dei giuochi sacri, delle triremi, ecc., a carico dei ricchi), fu da principio quella sulla proprietà fondiaria, la quale appunto servì di base alla ripartizione solonica delle quattro classi. Era del cinquantesimo sull’estimato, il quale però diminuiva di classe in classe, rendendo così l’imposta in parte progressiva. Prima classe: proprietà fondiaria 6000 dramme (rendita netta 500 dramme, estimo 6000) imposta 120 dramme. Seconda (Cavalieri): proprietà fondiaria 3600 (rendita netta 300 dramme, estimo 3000), imposta 60 dramme. Terza (Zeugìti) proprietà fondiaria 1800 (rendita netta 150, estimo 1000) imposta 20 dramme. Quelli dell’ultima classe pagavano ancor meno o niente, se non possedevano terra.

Il resto delle entrate della città era formato dal tributo degli alleati, dalle rendite delle terre pubbliche date a pigione, dai pedaggi, dazi e tasse di commercio che erano per lo più a carico degli alleati e forestieri, dalle decime sui fondi sacerdotali, dati a usufrutto, dalla tassa di protezione che pagavano i meteci (12 dramme a testa), dalla tassa di tre oboli per ogni schiavo e dal ricavo delle multe giudiziarie.

Ma cresciuti i bisogni per la guerra del Peloponneso, nè i 400 talenti (L. 2,208,000) di entrata interna che davano al tempo di Pericle quelle imposte cittadine, nè gli altri 600 di entrata esterna che si ricavavano dai tributi sulle città confederate, più non bastarono ai vuoti dell’erario: e per la prima volta, nel quarto anno della guerra, i cittadini dovettero imporsi una nuova tassa di 200 talenti (Tucid., III, 19) aumentando verisimilmente insieme anche il tributo de’ confederati. Successivamente altre tasse indirette si introdussero, e così anche quelli dell’ultima classe, che l’imposta solonica non aggravava, portarono la loro parte di pesi. Qui appunto si citano fra i nuovi carichi la tassa del quarantesimo introdotta da un Euripide fratello del tragico e menzionata in Aristof., Eccles.; quella dell’un per cento accennata in Aristof., Vespe: e le straordinarie ossiano le sopradonazioni o giunte (ἐπιδοσεῖς) che votavansi dall’assemblea, in fuori delle consuete, nelle urgenti strettezze dello erario (Teofr., Caratt., XXII; Demostene le chiama προσκαβλήματα, C. Timoc.).

Mercè i nuovi carichi e l’aumento dei tributi sui confederati, le entrate complessive della Repubblica poterono salire, nel decimo anno della guerra del Peloponneso, quando Aristofane scrisse le Vespe (ossia già sei anni prima dell’epoca di questa scena) alla cifra di 2000 talenti (11,040,000), di cui 800 di entrate interne, e 1200 di esterne.

Dalla spedizione di Sicilia soltanto comincia la rovina delle finanze ateniesi; oltrechè la impresa assorbì somme enormi, i disastri che seguirono, portando le defezioni dei confederati, diminuirono ogni dì più le entrate esterne: sicchè più tardi, dopo il governo dei Trenta, si trova Atene in conflitto coi Tebani, perchè non è in grado di pagar loro due talenti dovuti! Ai tempi di Demostene, perduta gran parte dei dominj del mare e perduta l’egemonia, le entrate eran scese sino ai 130 talenti: e Demostene si compiaceva che fossero risalite a 300 e 400 (Demost., Filipp., IV).

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