Note 115 — QUADRO SECONDO
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A ogni novilunio, cioè al cominciar d’ogni mese, i ricchi usavano far le lustrazioni, ossia purificar le loro case: e i cibi che si trovavano avere, per non li buttar via, li esponevano nei trivj, dove Ecate adoravasi, in offerta a quella Dea; e diceansi: cene di Ecate, o anche appunto cibi lustrali. Per lo più consistevano tali offerte in uova e in cacio. Appena poi gli offerenti partivano, quelle vivande venivano dai poveri involate. «Si può interrogar Ecate, se sia meglio arricchire od aver fame: poichè ella dice che i doviziosi debbono ogni mese venirle a imbandire la cena, e i poveri rapirla prima che sia imbandita» (Aristof., Pluto, v. 594 seg. Cfr. Luciano, Dial. dei morti, 1, 22; e il Tragitto). Nelle lettere di Giuliano son chiamate cene di Ecate, τῆς Ἑκάλης δεῖπνον, là ove è detto che lo stesso Teseo non disprezzò una cena di Ecale, ossia una magra cena, e contentossi del poco per necessità (Giul., Epist., 40). Ma Ecale dev’esser error di copista. — Il comico Antifane, presso Ateneo, VII, 313, chiama scherzosamente cibi di Ecate, Ἑκάτης βρώματα, alcuni pesciolini minutissimi, tanto minuti da non esserci niente da mangiare.