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Alcibiade

Note 203 — QUADRO SECONDO

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Chi vuol leggere esempj d’insolenze ed invettive che il popolo ateniese si lasciava dire in faccia, persuasissimo in cuor suo di meritarsele e altrettanto deciso di infischiarsene e tirar innanzi a modo suo, non ha che a prender in mano i Cavalieri o le Vespe di Aristofane o qualcuna delle orazioni di Demostene. Ecco la descrizione del popolo sovrano dello Pnice, personificato nel vecchio Demo, che Aristofane nei Cavalieri fa dire da Demostene a Nicia sulla faccia degli spettatori:

Un padron ci toccò rustico, strambo, Lunatico, iracondo, mangiafave: Certo Demo Pniceo zotico, sordo, Borbotton, capriccioso, e vecchio allocco

E Demostene poi, in pieno foro, ne’ suoi trasporti di virtuosa indignazione, non avea penuria di vocaboli. Città di schiavi, non d’uomini nati a maggioranza (C. Androz.); O Ateniesi assonnati in istupidezza e codardìa (Ibid.); cianciatori, imbelli (Olint., I); impigriti nell’ozio, per ignavia degeneri (Ibid.); popolo invilito, fiacco, spiantato, derelitto, non più altro che schiavi e avveniticcia plebaglia (Olint., III); bellicosi ne’ consigli, vigliacchi in guerra (Cherson.); tutto è qui fra voi codardia (Filipp., IV); voi siete, Ateniesi, un vile gentame, plebe pezzente, inerme, scompigliata, divisa di interessi e di voglie: i capitani e tutti conculcano ogni vostro decreto: muti e prostituti i vostri consiglieri: ogni patto indifferente agli affanni della patria... Voi siete bruzzaglia piena di servitù, perduta nel nulla, e d’ogni vile beneficiuolo menate gran festa... (Sintassi). — E parmi che basti per provare... la discrezione di Timone.

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