Note 381 — QUADRO QUINTO
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Essendo gli Spartani nelle cose di guerra osservantissimi dei segni celesti, l’accorto Alcibiade, capitano di Sparta, non era uomo da trascurarli. Una legge di Licurgo vietava uscir ad oste o dar battaglia innanzi al plenilunio «perchè credeva non avesse eguale potenza la luna crescente e la mancante, e che ogni cosa fosse governata dalla luna» (Luciano, Astrol.). — Indi ricordavansi per proverbio le lune laconiche (λακωνικαὶ σελήναι) (Diogenian., Cent., VI; Prov., 30) a proposito del troppo indugiare in una cosa, aspettando l’opportunità. Ricordavano gli Spartani di Eurota loro re, che per aver voluto dar battaglia agli Ateniesi, senza osservare quella legge, e sprezzando i segni astronomici, perdette la battaglia e la vita, e gettossi nel fiume che da lui prese il nome (Plut., De flum.). All’epoca dell’invasione di Dario, Sparta, richiesta da Atene di soccorsi, li indugiò aspettando il plenilunio: onde gli Ateniesi dovettero pugnar soli a Maratona (Pausan., Attic.). Bensì Ermogene riferisce che dopo appunto la battaglia di Maratona gli Spartani trattarono di abolire quella legge (Hermog., De invent., II); ma nè da Ermogene stesso, nè altronde si rileva che l’abolizione seguisse effettivamente (Cfr. Cragius, Rep. Lac., III, 12; Meurs., Misc. Lac., II, 9).