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Alcibiade

Note 365 — QUADRO QUINTO

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«Il popolo (a Sparta) era stupefatto del viver suo (d’Alcibiade) e di quel suo conformarsi interamente alle usanze di Lacedemonia: e quelli che il vedevano radersi fin su la pelle, lavarsi con acqua fredda, mangiar comunemente di quel cibo chiamato maza e servirsi anch’egli della broda nera usata dagli Spartani, restavan perplessi e non sapeano darsi a credere che un tal personaggio in casa sua avesse mai avuto cuoco o veduto mai profumiere o toccata mai veste di Mileto. Poichè egli avea fra l’altre molte quest’arte principalmente per cattivarsi gli uomini, l’assomigliarsi cioè e il conformarsi alle altrui inclinazioni ed usanze, avendo maggior abilità di cangiar costumi che non ha di cangiar colore il camaleonte» (Plut, Alcib., 23). «Gli storici narraron di lui che nato in Atene città splendidissima, tutti gli Ateniesi nella splendidezza e nel decoroso vivere superò; e che fra gli Spartani che poneano la virtù somma nella sofferenza, così dura vita menò che nella parsimonia del vino e del trattamento vinse tutti gli Spartani: che fu presso de’ Traci, uomini vinolenti e dediti alle cose oscene, e che questi ancora in cotali disordini superò» (Corn. Nep., Alcib., 11. — Cfr. Ateneo, Deipn., XII, 534 d.).

Intorno al vitto austero e ai costumi rigidissimi dell’educazione spartana, vedi Senof., Rep. Laced.; Plut., Licurg., 10 seg., Agide e Instit. Lac., Aristot., Polit., IV, 9; Ateneo, IV, 8; Eliano, V. St., XIV, 7; Plinio, Nat. Hist., XXXIII, 1. — Cfr. Müller, Dorier, lib. IV; Cragius, Rep. Lac.; Meurs., Misc. Lac.; Manso, Sparta.

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