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Alcibiade

Note 351 — QUADRO QUINTO

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Due Veneri distinguevano i Greci: la celeste od Urania (Ἀφροδίτη οὐρανία) e la popolare o volgare o Pandemia (Ἀφροδίτη πάνδημος). La prima, più antica e senza madre, figlia del cielo, presiedente all’amor puro e virtuoso, del bello e dell’onesto, all’amore dell’anime; la seconda, più giovine, figlia di Giove e di Diana, presiedente all’amor sensuale e lascivo, all’amore dei corpi. Luciano distingue una terza Venere, la Venere degli Orti (ἤ ἔν κήποις). Nei sagrificj alla Venere celeste era vietato il vino; e ad essa come a quella degli Orti sagrificavasi una giovenca. Il re Egeo, padre di Teseo, implorandola per aver prole, dedicò per il primo alla Venere Celeste tempio e culto in Atene. Alla Venere Pandemia, altrimenti detta Venere amica o etéra o meretrice (ἐταίρα, πόρνη Ἀφροδίτη), dea tutelare delle cortigiane — il culto della quale fu introdotto in Atene da Teseo, e a cui Solone dedicò nella città il primo bordello — offerivasi in sagrificio una bianca capra. Secondo altri la giovenca offerivasi a Minerva, e a Venere Celeste le colombe. — Vedi la distinzione caratteristica delle due Veneri in Platone, Simp., c. 8, 9. Cfr. Senof., Simp., 5; Aten., XIII, 559, 569, 572; XIV, 659; Polem. ad Tymaeum; Alcifr., Lett., III, 64; Luc., Dial. delle etére; Stobeo, Eclog. Physic., I, 272; Pausan., Att., 14, 22; Cicerone, De nat. deor., III, 23.

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