Note 341 — QUADRO QUINTO
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πυΘώχρηστοι, emanate dall’oracolo, solevano chiamare gli Spartani, a titolo di vanto, le loro leggi, ossia rétre (ρήτραι): dappoichè, per procacciare alle medesime autorità ed obbedienza, circondandole del prestigio religioso, Licurgo le avea poste — alla maniera di Mosè — sotto gli auspicj del Nume di Delfo, l’oracolo nazionale dei Dori, siccome ivi trasmessegli dallo stesso Dio. «E chiamò (Licurgo) le proprie ordinanze col titolo di rétre (ossia detti, responsi) per far credere che fossero state dettate da Apollo medesimo e che fossero piuttosto oracoli che leggi» (Plut. in Lic.). «Avendo (Licurgo) fatta alcuna legge, prima portatala in Delfo, consultava s’ella fosse utile. La sacerdotessa, corrotta con denari, sempre rispondeva che sì. Perciò i Lacedemoni per paura del Dio ubbidirono alle leggi di Licurgo non altrimenti che ad oracoli» (Polien., Strat., I, 16). Così Tirteo nella Eunomia, citato dallo stesso Plutarco: «Avendo udito la voce di Febo, da Pito riportarono i messi nella patria gli oracoli e le certissime parole del Dio» (Plut. in Lic.; Tirt. ediz. mia, Opere, III, p. 79). Nel qual passo di Tirteo si allude ai Pizj, ossia ai quattro ambasciatori che i re ed il Senato di Sparta solevano spedire all’oracolo, e per l’intermediario dei quali i sacerdoti di Delfo conservarono come una specie di continua sorveglianza sulla costituzione lacedemone (Cfr. anche Senof., Rep. Lac., 8; Erod., I, 65: Pausan., Lacon., 2; Cic., Divin., I, 43; Val. Mass., I, 2; Giustino, III, 3).