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Alcibiade

Note 340 — QUADRO QUINTO

Reading edition

In una palude della città (Limneo) era il tempio e l’effigie in legno di Artemide o Diana Ortia (Ὀρθία). Oreste ed Ifigenia recarono, secondo la leggenda, dalla Tauride a Sparta la statua ed il culto della dea: detta Ortia od Ortosia da ὄρθιος, erto, diritto, perchè il suo simulacro fu ritrovato da due spartani (Astrabaco e Alopèco) in un campo, avviluppato fra vetrici per guisa che non piegavasi nè da una parte nè dall’altra. All’atto del ritrovarla i due spartani furon presi da insania. Raccoltisi i cittadini dei varj quartieri di Sparta (di Limna, di Cinosuro, di Mesoa e di Pitane) per sagrificare alla Dea, lo spirito di discordia li invase e vennero a rissa tra di loro. Gli uni cadono uccisi a piedi dell’altare, gli scampati al ferro sono spenti da occulto morbo. Su ciò consultato l’oracolo, rispose doversi sagrificare a Diana vittime. Il barbaro uso durò qualche tempo, fino a che Licurgo lo abolì, ordinando che in cambio si battessero all’ara di Diana Ortia a colpi di sferza alcuni fanciulli spartani, sino a che il sangue ne grondasse. La sacerdotessa presiedeva alla flagellazione, detta diamastigosi, διαμαστίγωσις, tenendo in mano un piccolo e leggiero idoletto della Dea: se gli esecutori, presi da compassione, rallentavano i colpi, la sacerdotessa gridava di non poter più sostenere il peso della statuetta, e allora i colpi rinforzavano. L’educazione addestrava i giovanetti a fare di questi supplizj una prova di fortezza morale, gareggiando fra loro a chi meglio li sopportasse con anima serena e volto allegro. Evidentemente questo rito era la trasformazione elleno-dorica di un rito straniero, originariamente di umane vittime, importato dall’Asia Minore (Vedi sulla diamastigosi, e su Diana Ortia, Pausan., Lacon., 16; Plut., Lic., 18; Inst. Lac., p. 254; Aten., VIII, 350; Luciano, Icaronem. — Cfr. Müller, Dorier, lib. IV, 8).

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