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Alcibiade

Note 36 — QUADRO PRIMO

Reading edition

Adrastea (soprannome di Nemesi) puniva il parlare arrogante e i falli commessi per superbia o presunzione o brame smodate. Perciò solevasi invocarla nel discorso, e chiederne il perdono, quando stavasi per esprimere qualche pensiero ambizioso, o per dire o promettere di sè alcuna cosa che sentisse di smodato elogio o di orgoglio o di temerità. — Or dico col perdono che me ne dà Adrastea, σὺν δ’Αδραστεὶᾳ λέγω (Eurip., Reso). — Adrastea figlia di Giove, rimovi l’invidia dalle mie parole (Eurip., ibid.). — Adoro Adrastea per quello ch’io sto per dire (Platone, Repub., V). — Così m’ami, così mi perdoni Adrastea! — Difendimi pietosa Adrastea da un pensiero troppo ambizioso, ecc., ecc. — Usavano anche: ὢς σὺν θεῷ εἰπεῖν — per dirla col Dio — cioè col perdono del Dio, intendendosi appunto Nemesi, il Dio punitore dei superbi. Vedi in Platone, in Aristeneto, in Luciano e altrove. Così l’autore della lettera ai Pisoni: Si tamen hoc de se cuiquam promittere fas est — Et Deus ultor abest.

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