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Alcibiade

Note 473 — QUADRO OTTAVO

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Quadro I, n. 62, 63, 64. — Quattro furono, com’è noto, i grandi giuochi della Grecia; gli Olimpici, i Pitici, i Nemei e gli Istmici. Celebrati come feste nazionali, accessibili a tutti i popoli greci, da queste solenni radunanze si può ripetere la invenzione della parentela delle schiatte (cfr. quadro III, scena 4; e Aristof, Lisist., 1128 seg.) o l’albero genealogico degli Elleni, che fu poi universalmente accolto come un trovato dei sacerdoti di Delfo dell’ottavo secolo, e valse più di tutto a cementare il sentimento della unità nazionale fra i Greci. Infatti Archiloco, il poeta nazionale dei giuochi olimpici, fu il primo, verso il 700 av. l’E. V., ad usar la voce Elleni come denominazione generale (Framm. 54).

I giuochi Pitici ab antico si celebravano ogni quattro anni nella Focide, nella pianura tra Delfi e Cirra, in onore di Apollo che ivi uccise il serpente Pitone. Euriloco Tessalo cogli Anfizioni, nella guerra sacra contro i Cirrei, profanatori del tempio delfico, dopo l’eccidio di quel popolo, li ripristinarono con nuovo lustro e nuove gare musicali, cui furono poscia aggiunte le gare ginniche ed equestri e dei carri. Aveano luogo durante l’adunanza di primavera del consiglio degli Anfizioni: ai vincitori in origine davasi un premio di danaro (agone pecuniario, χρηματίτης), poi si sostituirono le corone d’alloro (agone coronario, στεφανίτης), dal quale le Pitíadi si cominciarono a contare — fissando la prima Pitíade numerata all’olimpiade 49ª (581 av. l’E. V.).

Dei giuochi Nemei la leggenda attribuiva l’origine ai funebri celebrati dai sette duci di Argo con Adrasto, sotto Tebe (1336 av. l’E. V.), nella selva Nemea, per la morte del fanciullo Archemoro, figlio del re dei Nemei. Ercole li rinnovò e fece rifiorire, dopo ucciso il leone Nemeo; ma la prima Neméade famosa, da cui si cominciarono a contare le altre, ebbe luogo nella olimpiade 72.ª (490 av. l’E. V.) dopo la battaglia di Maratona, ad onore dei Greci in essa caduti. Però n’era funebre il rito: si celebravano in un bosco di cipressi (presso Nemea nell’Argolide); quelli che vi presiedevano indossavano negre vesti: e ai vincitori davansi in premio corone di apio verde, simbolo funereo. Ricorrevano nel secondo e quarto anno d’ogni olimpiade.

I giuochi Istmici furono istituiti, secondo la leggenda, da Sisifo re di Corinto, in commemorazione di Melicerta gettatasi, per disperazione del figlio spento, col piccolo Ino in mare. Celebravasi il funebre agone all’istmo di Corinto, dove era fama che un delfino avesse recato il cadavere di Melicerta. Più tardi, infestato l’istmo dai ladroni, i giuochi decaddero: finchè Teseo, liberata la contrada, li ristabilì, dedicandoli a Nettuno, a cui fu eretto sull’istmo un tempio famoso. Laonde, secondo Plutarco, celebraronsi i giuochi in due forme: di notte per Melicerta, secondo il rito di Sisifo, e avean forma più di funebri sagrifici che di spettacoli; di giorno, in onor di Nettuno, secondo il rito di Teseo; e davasi ai vincitori alternamente o una corona di pino, albero sacro a Nettuno, o di apio secco come funereo ricordo della madre di Ino. — Ricorrevano il primo e secondo anno d’ogni Olimpiade: e che ai tempi di Solone questi giuochi rifiorissero, lo prova la legge che accordava 500 dramme attiche ai vincitori di Olimpia (olimpiònici) e 100 ai vincitori dei giuochi istmici (istmiònici).

Ma sopra tutti celebratissimi i giuochi Olimpici poteano dirsi il più splendido e vero compendio della vita nazionale dei Greci. La leggenda ne chiamava primo istitutore Ercole: il quale inseguendo dal monte Menalo la cerva sacra di Diana, per le foreste di Arcadia, giunse agli Iperborei, ed ivi raggiunta la belva, ne riportò, in segno di vittoria, l’olivastro, affrettandosi nel ritorno alla celebrazione dei sagrifici nell’Elide, ad Olimpia. Decaduti ai tempi della guerra trojana, dovevano tornare a rifiorire col ritorno dei discendenti di Ercole, ossia colla invasione dei Dori nel Peloponneso; infatti Licurgo, insiem con Ifito re dell’Elide, secondo la tradizione, li rinnovò: il rinnovamento fu sancito dall’oracolo dorico di Delfo, e vi accedettero, un dopo l’altro, tutti i popoli della Grecia. Però le olimpiadi non cominciarono a contarsi che un secolo dopo, a datare dall’anno 776 (primo della prima olimpiade) in cui Corebo di Elea riportò il premio dei giuochi. Si celebravano ogni quattro anni verso il solstizio estivo nella magnifica vallata dell’Elide intorno a Pisa, bagnata dall’Alfeo, rallegrata di ombre dal bosco sacro dell’Altis, superbo di templi, di altari e di portici e di statue e di trofei: e torreggiante fra quel popolo di marmi, il miracolo di Fidia: il Giove Olimpico. Prima che cominciassero i giuochi, alcuni inviati degli Elei bandivano una tregua sacra: e tutte le ostilità cessavano in Grecia per tutto il tempo ch’era necessario per andare ai giuochi e ritornarne. Duravano i giuochi cinque giorni dall’11 del mese (cioè dal 1 luglio) in poi: al 16 terminavano con sacrificj e banchetto e processione; e colla proclamazione dei vincitori (Olimpiònici), ai quali veniva dai giudici delle gare (Ellenodici) conferito il premio della corona d’ulivo (κότινος). — Olimpìade chiamavasi il periodo dei quattro anni dall’una all’altra solennità.

I giuochi ginnastici consistettero dapprima soltanto nella corsa a piedi (δρόμος) sullo stadio, di cui gli stadiódromi dovean percorrere l’intera lunghezza (un ottavo di miglio): poi si istituì la corsa del diaulo o doppio stadio; e infine del dólico, in cui i dolicódromi correan dodici volte lo stadio. Alle corse si aggiunse più tardi il pentatlo o quinquerzio (riunente cinque esercizi: salto, gitto del disco e del giavellotto, corsa e lotta) e il pancrazio, esercizio di lotta e pugilato. Più tardi ancora, nel 680, si introdussero i giuochi equestri, delle corse a cavallo (κέλης) od in cocchio (ἄρμα), biga o quadriga. La corsa dei cocchi precedette naturalmente quella degli uomini a cavallo, come anche nella milizia greca l’uso dei carri precedette quello della cavalleria, ed era la parte più splendida dello spettacolo: che se la rarità dei cavalli e la spesa del mantenerli rendeva questa gara accessibile alle sole persone di ricchissimo censo (e fu celebre vanto di Alcibiade l’aver corso nei giuochi con sette carri), — le altre gare erano aperte così al ricco come al povero e al plebeo, e vietavano il monopolio della gloria.

A noi è appena dato di comprendere l’estrema importanza che annettevano i Greci alla vittoria in questi giuochi: e nulla di più caratteristico degli onori tributati dai varj popoli ai vincitori. L’Ateniese acquistava diritto ad un seggio presso i magistrati nel Pritaneo; lo Spartano a un posto eminente in campo, vicino al re. Il vincere in Elide conferiva celebrità per tutta la vita, più gloriosa ad un Greco che non ad un Romano aver gli onori del trionfo (Cic., Pro Flac., 31): onore agognato dai capitani più illustri e dai re. E il premio, una ghirlanda d’olivastro! Ma le acclamazioni della Grecia adunata, la pioggia di fiori, il banchetto appartato pel vincitore, le canzoni di Archiloco e di Pindaro che lo immortalavano, il pubblico registro che ne iscriveva i nomi a memoria dei posteri e li ricordava nelle date degli eventi, il privilegio di una statua nell’Alti, il diritto di ritornare alla propria città passando per una breccia nel muro, a significar che di mura non abbisognava la città che possedeva tali cittadini; il primo posto nei pubblici spettacoli, la gloria, in breve, diffusa per ogni angolo di terra dove giungesse la civiltà greca — quest’era propriamente la corona d’ulivo del vincitore di Olimpia!

E queste splendide radunanze altrettanto libere a tutti i Greci (onde il loro nome di panegirìe o adunanze universali) quanto gelosamente interdette a ogni straniero, non solo rammentavano periodicamente ai Greci le comuni origini e il nome nazionale, non solo alimentavano in ogni classe l’emulazione e il desiderio della gloria; ma erano potenti fattori di progresso intellettuale. Poichè in tempi in cui la pubblicità era nulla, e quasi nulli i mezzi per diffondere le utili cognizioni, dovettero considerarsi per grande beneficio queste solennità che attiravano a Olimpia e magistrati e guerrieri e filosofi e artisti e il fior degli ingegni da ogni parte della Grecia: indi le radunanze olimpiche divennero anche palestre dell’arte e delle lettere: e fu visto allora Erodoto leggere in Olimpia le sue storie e dal suo labbro pendere la Grecia! (Pindaro e Scol.; Tucid., VI, 16; Isocr., de Big.; Pausania, ecc. — Corsini, Dissert. Agon.; Meier, Giuochi Olimp.; Krause, Pizj, Nem., Ist.; Bulwer, Atene; Scaligero, Dodwell, Grote, Gilles, ecc.).

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