Note 472 — QUADRO OTTAVO
Reading edition
Per il senso storico e drammatico delle prime scene di questo quadro, giova richiamarsi al passo di Plutarco (Alcib., 23) citato al quadro V, n. 37, intorno alla facilità camaleontica di Alcibiade nello adattarsi secondo i vari paesi ai più opposti costumi. E Cornelio Nepote: «Vantarono di lui (Alcibiade) che, in Atene, città splendidissima, vinse tutti nello splendore e nel fasto della vita: indi espulso, fra i Beoti, più prestanti in robustezza di corpo che in acume di ingegno, nessuno potè eguagliarlo in fatiche e in vigoria di membra; poi tra i Lacedemoni, usi ai disagi, nel regime di vita durissimo e in rigidezza di costumi tutti i Lacedemoni vinse; fu anche fra i Traci, uomini vinolenti e dediti ai piaceri venerei, ed essi pure in tali cose superò; andò tra i Persiani, fra i quali è somma lode la bravura nella caccia, e il vivere lussurioso: e ne imitò siffattamente i costumi, da destare fra essi stessi l’ammirazione» (Alcib., 2). — Ateneo ripete le stesse cose, con qualche altro particolare applicabile a questa prima scena del quadro: «... in Thessalia vero (Alcibiades) cum alendis equis et aurigationi vacaret, peritiorem illius artis fuisse (dicunt) quam Aleuades. Spartae vero patientiae et constantiae studens, Spartanos omnes superavit; in Thracia rursus Thracas meri potui antecelluit» (Aten., Deipn., 534). — Ed espertissimi in gittar freccie e cavalcare, son detti i Traci da Plutarco (Alcib., 37). — E allevatori e addestratori di cavalli (ἱπποπόλοι) son chiamati da Omero (XIII, 4. — Cfr. Luciano, Icarom, 11; Strabone, VII, 3; Eurip., Reso).