Note 511 — QUADRO OTTAVO
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Eracl., Pont., Rep., 27. — E Platone: «Quale maniera di convivenza cogli uomini prescriveremo alle donne? forse quella per la quale i Traci si servono delle mogli a coltivar i campi e a pascolare i buoi e le pecore e ad altri bassi ufficj in cui nulla differiscono dai servi?» (Plat., Leg., VII, 805). A questa condizione servile delle donne fra i Traci, lo stesso Platone paragona giustamente, nel passo citato, la condizione non molto dissimile, e di poco migliore, della donna fra gli Ateniesi, mantenuta anch’essa nella dipendenza del marito e chiusa in casa ad attendere al lanificio e alle altre faccende muliebri. — A Sparta invece la posizione della donna era precisamente il rovescio. Anche a Sparta, è vero, essa amministrava l’interno della casa, ma in una condizione ben più elevata; e mentre fra gli Joni vediamo la donna dividere col marito il letto e non la tavola, e chiamarlo padrone, i Dori di Sparta, all’opposto, con una galanteria affatto medioevale, chiamavano signora e padrona, δέσποινα, la moglie. E la parola non era già una cortesia vuota di senso o una ironia: ma rispondeva perfettamente all’influenza che avevano le donne spartane nella vita dello Stato e al loro effettivo predominio sopra i mariti, pel quale andavano proverbiali. Indi appunto dalle mogli spartane ebbe origine quel detto: che ridurre le donne all’obbedienza era impresa in cui fallì persino il genio di Licurgo e a cui egli stesso dovette rinunziare. «Le Spartane, diceva una forestiera alla sposa del re Leonida, sono le sole donne che esercitino padronanza sui loro uomini. — Certo, ella rispose: ma sono anche le sole che mettano al mondo uomini» (Plut., Lic., 14, Apof. Lac., e in Numa, 3; Plat., Leggi, I, 637; Aristot., Polit., II, 6; Esich. (δέσποινα). — Cfr. Müller, Dorier, lib. IV, 4).