Note 505 — QUADRO OTTAVO
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Notissima la leggenda di Orfeo, poeta trace, nato fra i Libetrii, e primo istitutore fra i Greci dei riti di Bacco o Dioniso; dei cui canti la fama salì tant’alto che fu riguardato il primo cantore dell’epoca eroica e dato per compagno agli Argonauti; e il quale fu sbranato dalle Ménadi tracie perchè, infastidito delle donne, dopo la perdita di Euridice, ebbe in dispregio il loro sesso e introdusse il turpe amor dei fanciulli; o vuoi perchè attirandosi dietro col fascino del canto e della cetra gli uomini, era causa che questi trascurassero le loro mogli. — La leggenda aggiungeva che la sua testa recisa e la sua cetra, dopo l’immane eccidio, venissero gettate nell’Ebro e le onde di questo ne mandassero armonioso lamento:
.... Medio dum labitur amne Flebile nescio quid quæritur lyra, debile lingua Murmurat exanimis; respondent flebile ripae (Ovid.)
poi dal fiume trasportate giù al mare, testa e cetra arrivarono galleggiando a Lesbo; sì che quell’isola divenne fra tutte «la più ricca di canti,» πασεων ἀοιδοτάτη — e in Antissa, città lesbia, ove fu sepolta la testa del poeta, gli usignuoli cantavano più armoniosamente che altrove. Elegante e poetica raffigurazione delle origini di quella poesia eolia che diede alla Grecia i carmi di Terpandro e di Saffo e di Alceo (Vedi Ovid., Metam., XI, 1 seg.: Pausan., Beot., 30; Plat., Simp., 179; Repub., X, 620; Stobeo, LXII, 399; Pindaro, Pit., IV; Apoll. Rod., Argon., ecc.). — Pausania (l. c.) indica Dione città di Macedonia non lungi dal fiume Elicona come il luogo ove Orfeo fu fatto a pezzi dalle donne, d’accordo in ciò colle opinioni moderne che spiegano quel curioso titolo di Traci attribuito nelle leggende ai più antichi cantori della Grecia (Eumolpo, Orfeo, Museo, Tamiri). Infatti la patria di quella tracia poesia è a ricercarsi non già fra le popolazioni incolte della vera Tracia, fra i barbari Odrisj ed Odomanti; ma bensì in quella regione greca di Pieria che si stende ad oriente dell’Olimpo, a settentrione della Tessaglia, e tiene il mezzodì della Macedonia. Quivi eran appunto la città di Libetra, dov’era fama che le Muse cantassero il lamento sulla tomba di Orfeo: e Omero stesso e tutti gli antichi poeti designano la Pieria, non la Tracia, come patria delle Muse. E verisimilmente questa stirpe greca de’ Pierj stendevasi anche in una parte della Beozia e della Focide, d’intorno all’Elicona beotica e alle falde del Parnasso dove era Daulia e dove troviamo con Tucidide (II, 29) la sede del tracio re Tereo: e d’onde con Tereo stesso e con Eumolpo, qualificato pur egli per Trace, fecero irruzione nell’Attica (Strab., VII; VIII; Apollod.; Scol. Sof., Ed. Col.; Licurg., C. Leocr.; Isocr., Panaten.). Solo quando i Pierj ebbero a patir più tardi molestie e persecuzioni nella lor propria contrada dai principi macedoni, si ritirarono nella Tracia propriamente detta, al di là dello Strimone, dove Erodoto (VII, 12; cfr. Tucid., II, 99) ricorda i castelli dei Pierj; e là, confondendosi coi veri Traci, legarono a questo nome dei loro nuovi compatrioti la memoria dei loro canti e il lustro della loro tradizione poetica, che era quella nientemeno delle prime origini della poesia greca (Cfr. Strabone, VII, 7; IX, 2; X, 3).