Note 489 — QUADRO OTTAVO
Reading edition
La parola uomo usata in questo senso di virilità e fortezza — come dall’esempio testè citato di Aristofane (Acarn., 77) — esprimevano i Greci benissimo colla voce ἄνηρ, che significava in senso proprio il maschio nel rapporto sessuale (opposto alla femmina, γυνή) e quindi per metafora anche l’uomo veramente fornito di doti e virtù maschili, il vir dei Latini: a differenza dell’ἄνθρωπος, corrispondente all’homo nel senso generico di persona, di essere umano — sia uomo o donna. Noi abbiamo invece una parola sola pei due distinti significati: e saremmo quindi imbrogliati a tradurre alla lettera la frase, per esempio, di Erodoto: δῆλον δ’εποιοῦντο ὄτι πολλοὶ μεν ἄνθρωποι εὶεν, ὀλίγοι δ’ἄνδρες. «E resero manifesto come molti siano gli uomini (homines), ma pochi gli uomini (viri),» cioè a dire gli uomini di polso, che per virtù e valore meritino di uomini veramente il nome.
Nelle arringhe pubbliche o forensi dei Greci, l’ἄνηρ, inteso nel senso che si è detto, ricorre frequentissimo, come un equivalente del nostro cittadino: ὤ ἄνδρες Αθηναῖοι, ὤ ἄνδρες δικασταὶ, ecc. È un epiteto onorifico, un qualificativo cortese di dignità, aggiunto alla qualifica nuda e cruda di Ateniesi, di giudici, ecc., e affatto proprio e caratteristico dello stile oratorio greco e della urbanità attica: tanto che i traduttori antichi, i quali lo voltavano in signori o messieurs, potevano dirsi — nel loro ordine di idee — molto più fedeli di quei traduttori moderni che, col pretesto della fedeltà, danno di frego a quell’epiteto e lo sopprimono addirittura. Che se il Messieurs les Athéniens dei traduttori diede una cattiva idea di Demostene al generale Foy, egli aveva ragione, perchè imaginavasi Demostene aringante in liberissima repubblica; come mai invece sfuggì all’acume dell’egregio Mariotti che la nostra lingua forense ha precisamente una formola rispondente a capello a quella greca, e su cui il generale Foy non avrebbe trovato a ridire, e che l’ἄνδρες δικασταὶ di Demostene non è altro che i cittadini giurati dei nostri oratori della Corte d’Assise? (Cfr. Mariotti, Oraz. di Demost. nei commenti, t. II, p. 244).