Note 474 — QUADRO OTTAVO
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Il celete (κέλης) dianzi nominato, ossia cavallo da sella per le corse, sembra fosse lo stesso che fra i Latini il pullus desultorius (Sveton.), dai cavalieri detti desultores (ἀναβάται), perchè correndo con due cavalli a dorso nudo destramente saltavano dall’uno all’altro. Al che accenna Omero ove descrive il naufragio di Ulisse che per salvarsi dal furore dell’onde si slancia sopra una tavola come se balzasse rapidamente sul dorso al celete, κέληθ’ ὤς ἵππων ἐλαύνων (Odiss. έ. 371). E Aristofane, dove introduce Strepsiade a lamentarsi degli scialacqui di suo figlio Filippide, che getta i danari in cavalli ed in bighe — ἱππάζεται καὶ ξυνορικεύεται (Aristof., Nubi, 15) — sembra che accenni ai puledri celeti e alle bighe per le corse di Olimpia (Cfr. Pind., Olimp. e Scol.). Delle vittorie equestri di Alcibiade alle gare di Olimpia, celebrate da Euripide e da Plutarco, si è già accennato al quadro I.