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Alcibiade

Note 526 — QUADRO NONO

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«Ma Alcibiade (narra proseguendo Plutarco), che trovavasi ne’ suoi presidj del Chersoneso di Tracia, venne cavalcando al campo degli Ateniesi, e si diede ad ammonire i capitani primamente che male accampati si stessero e con pericolo in ispiaggie tutte scoperte; in secondo luogo che commesso avessero un grand’errore coll’essersi dilungati da Sesto, d’onde ricevevano le cose che erano lor necessarie: e dicea che d’uopo era che costeggiando navigasser eglino sollecitamente alla città e al porto di Sesto allontanandosi così da’ nemici, che venivano a farsi lor sopra con un esercito che retto era da un solo comandante, e tutte cose appuntino e con disciplina immediatamente eseguiva a norma del concertato. A queste di lui avvertenze i duci non restarono persuasi. Anzi Tideo ingiuriosamente gli rispose dicendo che non già egli, ma altri eran quelli che governavan l’armata. Alcibiade pertanto sospettando in essi qualche tradimento, si partì da loro» (Plutarco, Lisandro, 11. — Cfr. Plutarco, Alcibiade, 37), ove soggiunge: «... A quei suoi conoscenti che lo accompagnavano fuori del campo, egli (Alcibiade) disse che se stato non fosse così vilipeso da’ capitani, avrebbe costretto fra pochi giorni i Lacedemoni a venir loro malgrado ad una battaglia navale o a dover lasciare le navi. Ad alcuni parve ch’egli allora così parlasse per vana jattanza, e ad altri ch’ei dicesse cose assai probabili, se conducendo esso dalla parte di terra una quantità numerosa di Traci esperti in gettar freccie e cavalcare, ad attaccar fosse venuto il campo di Lisandro. L’effetto comprovò che Alcibiade aveva rettamente compreso il fallo commesso dagli Ateniesi...» (Cfr. anche Senof., Ellen., II; Corn. Nep. in Alcib., 8. — Diod. Sic., XIII, cap. 19).

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