Note 552 — QUADRO DECIMO
Reading edition
Mi capita sott’occhio un altro opuscolo intorno al mio povero Alcibiade, pubblicato ultimamente (A. Tito Persio, sull’Alcibiade di F. Cavallotti — Cagliari, 1875); lavoro di critico egregio, delle cui censure cortesi non mi lamento, perchè accompagnate a molto acume critico, a molto senso dell’arte e a soda erudizione. Fra le censure trovo quella dell’aver fatto morir Alcibiade declamando dei versi, come nei melodrammi. Forse l’egregio critico li udì declamare; il vero è che Alcibiade qui nè declama, nè improvvisa; ma mormora ripetendole nell’agonia, fra le braccia di Timandra, le parole da Timandra udite nel suo primo incontro con lei (Vedi quadro III, scena ultima). A me, nella idea che mi son fatto del carattere e delle passioni di Alcibiade, a me non era parso punto inverisimile che quella reminiscenza cara e lontana avesse a visitare in quel momento la memoria del morente; e che la gloria e l’amore, cioè le due grandi e splendide larve di tutta la sua vita, gli si affacciassero, supreme consolatrici, sul limitare della morte. Timandra è il buon genio d’Alcibiade; il cuore dell’eroe doveva ricordarlo nell’ultimo addio di quel giorno che lo ritrovava sulla via del dovere e della gloria vera, un dì additatagli da lei; indi è la coscienza serena che gli riporta dal cuore al labbro le primissime parole della donna sua, mentre l’anima sposa il ricordo di Potidea ad una ultima dichiarazione d’amore; ma non più l’amore snervante, infecondo; l’amore che purifica, che eleva e che permette finalmente al moribondo di appellarsi con orgoglio al giudizio di Socrate.