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Alcibiade

Note 546 — QUADRO DECIMO

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Vedi sopra, nota 2. — Plutarco anch’egli narra come gli Ateniesi dopo la caduta della lor città rimpiangessero Alcibiade e di nuovo rivolgessero le speranze a lui: «Quando Lisandro ebbe tolta loro anche la libertà, dando la città a governare a trenta personaggi, allora lamentandosi rammemoravano i loro fatti e la loro cecità: e teneano per fallo massimo l’avere scacciato la seconda volta Alcibiade, e aver così privata la città, con maggior loro vituperio, di un forte e bel capitano. Pure nella presente calamità avevano una qualche esile speranza che del tutto non fosse per anche spacciata la repubblica degli Ateniesi, essendo ancor vivo Alcibiade. Poichè si lusingavano che non avendo egli, neppur la prima volta ch’era in esilio, voluto viversi in ozio e senza far qualche impresa, tanto meno il volesse allora: e non volesse, avendo forze bastanti, abbandonar la patria agli oltraggi dei Lacedemoni e alle violenze dei trenta tiranni. Nè era già irragionevole che il popolo volgesse in mente tal cose, quando anche quei trenta stavano per timore spiando sempre con tutta cura i suoi andamenti... Da ultimo Crizia ammoniva Lisandro... e dicevagli che quantunque gli Ateniesi mostrassero allora di stare assai placidamente e modestamente soggetti al governo oligarchico, non gli avrebbe già Alcibiade, finchè vivesse, lasciati posare giammai in una tale costituzione» (Plut., Alcib., 38. — Cfr. Isocr., De Bigis., 16).

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