Note 543 — QUADRO DECIMO
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L’importanza che da Omero in poi avevano i sogni nelle idee greche popolari intorno alla divinazione (Cfr. quadro II, n. 48) veniva pur loro attribuita dalla scuola socratica. «A me di far questo venne imposto dal Nume e per vaticinj e per sogni e per ogni mezzo con cui per avventura altra divina sorte comandasse all’uomo di fare alcunchè,» così esprimesi Socrate stesso, il gran maestro di Alcibiade, nell’Apologia, 22. Il sogno poi di Alcibiade parmi che ritrovi un riscontro assai caratteristico nel sogno che Chione, altro discepolo della stessa scuola, narra in una sua lettera a Platone: «Coi cantici di vittoria e coi premj ai vincitori destinati abbandonerò la vita, se prima di partir dal mondo avrò abbattuto la tirannide. Poichè a me i sagrificj e gli augurj e i vaticinj d’ogni sorta presagiscono la morte, dopo che avrò compiuto questa impresa. Io stesso n’ebbi una visione più chiara di quante mai sogliono apparire nei sogni. Pareami vedere una donna di forme e di statura divina, la quale cingevami di corona d’ulivo e di bende, e poi mi mostrava un bellissimo monumento, e mi diceva: Quando avrai faticato e sarai stanco, o Chione, entra in questo monumento e riposa. E però da questo sogno traggo lieta speranza ch’io sarò per morire di bella morte. Imperocchè nessun vaticinio dell’anima reputo essere fallace: tu stesso (o Platone) avendo ciò affermato» (καὶ σὺ οὐτῶς ἐγινωσκες) (Chione, Lett., 17) — Dal suo canto Aristotele, l’altro sommo socratide, affermava: «Quando l’anima per il sonno è isolata dalla compagnia e dal contagio del corpo, allora si ricorda delle cose passate, discerne le presenti, prevede le future.» Sentenza che Cicerone ricopiò (Divin., I): e che Aristotele aveva trovato già in Eschilo: «Quando dormono i sensi — In chiara luce è l’anima — E vede aperto de’ mortali i casi» — (Esch., Eumen., 109).